Perché la scuola non funziona?
Di fronte agli strombazzati scandali scolastici delle ultime settimane credo che la reazione più istintiva da parte di chi se ne occupa seriamente sia quella di rimuovere il problema, di autoassolversi con la constatazione che queste cose non ci riguardano e rappresentino solo montature scandalistiche atte a screditare il mondo scolastico. Questi fattacci di cronaca sono indubbiamente parte di una campagna mediatica che tende su più piani a infangare uno degli ultimi comparti lavorativi autonomi e reattivi in una società sempre più appiattita e massificata. In un mondo della conoscenza inoltre il ruolo educativo rappresenta uno degli ultimi baluardi rispetto alla devastante azione dei mass-media.
Analizzando però questi fattacci e
la situazione della scuola italiana in generale più in profondità non
possiamo negare come esistano una serie di responsabilità oggettive e
come lo stesso movimento di difesa della scuola pubblica abbia le sue
colpe.
L’aspetto scandaloso della nostra scuola non sta tanto in
queste punte d’iceberg da cronaca nera quanto nel quotidiano
disservizio, nei supplenti che non si trovano, nelle aule
sovraffollate, nei dirigenti incapaci ma anche nella carta igienica che
manca.
D’altronde se le principali espressioni di uno stato sono la sanità, i trasporti, l’ordine pubblico e l’istruzione vedete bene come la cartina tornasole della scuola non possa che risultare fortemente squilibrata. Va da sé che l’Italia è essa stessa a mollo in un brodo di cottura irrancidito, cucinato da cuochi travolti dalla frenesia di avere il locale pieno a tutti i costi.
Tutte queste sono cose risapute ma come si è posto il nostro movimento, nel suo piccolo, per osteggiare questo tsunami culturale? L’impegno profuso nella legge popolare ha cercato di contrastare radicalmente questo status quo? Mi permetto di avanzare qualche perplessità, così come ho fatto durante le prime fasi del dibattito: la legge popolare mi è sempre sembrata un obiettivo troppo complesso e affrontato senza una vera visione culturale antagonista a quella dominante.
Forse più che impegnarsi
in una veloce riscrittura della weltanshauung scolastica avrebbe avuto
più senso lo stimolare un ampio e partecipato dibattito di tutti gli
attori di questa recita. L’Italia purtroppo è un paese storicamente
fazioso e temo che questa predisposizione atavica impedisca un po’ a
tutti di ragionare complessivamente senza volersi porre sempre al
centro dell’attenzione.
Forse sarebbe stato meglio mantenere le posizioni di salvaguardia delle buone leggi e pratiche già presenti senza farsi prendere dalla frenesia del nuovo: le leggi sulla scuola degli anni 80 erano molto buone, il decreto sull’edilizia scolastica del 18-12-1975 è una legge splendida, ad esempio, che bisogno c’era di imitare la devastante pratica avviata dal nefasto Berlinguer?
Temo
che si sia riposta troppa fiducia nella volontà e nella capacità della
“sinistra” italiana di ripensare un’istituzione centrale come la scuola
senza peraltro fornire prospettive culturali profonde e non dettate da
semplici rivendicazioni sindacali: mentre la situazione nell’aula a
fianco della nostra degenerava quotidianamente ci siamo messi a
disquisire sul sesso degli angeli e sul 6% del PIL.
Forse abbiamo vinto una battaglia ma la guerra ?
A deu
Soliera(MO), 22 novembre 2006
Michele Bonicelli

