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OBBLIGO SCOLASTICO E BIENNIO UNITARIO
all'Hotel Principe di Savoia di Milano si è svolta l'11 giugno 2007 una riunione dell'Ulivo dal titolo «Istruzione e formazione professionale - Una scuola per crescere e competere». Questo il testo del volantino che abbiamo distribuito.
Il documento della Commissione ministeriale uscito il 3 marzo 2007
Il testo della Finanziaria 2007
 

Quanto discrimina la scuola italiana ?

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La recente pubblicazione dei dati delle rilevazioni INVALSI e PISA 2006 hanno riaperto la discussione sulle caratteristiche della scuola italiana.

Bologna , 21/09/2006
di Bruno Moretto

Sono usciti in poco tempo i dati delle rilevazioni dell’INVALSI e il rapporto OCSE PISA 2006.
Sono così riapparse le prese di posizione di studiosi o politici che fanno riferimento alle tesi di economisti come Checchi sulla forte capacità discriminatoria sul piano sociale della scuola italiana, in quanto i risultati degli studenti sono fortemente condizionati dalle condizioni economico sociali e dal livello culturale delle famiglie.
Questa tesi è offensiva per gli insegnanti italiani che, in maggioranza, si sono impegnati in questi anni per combattere la disuguaglianza sociale facendo riferimento esplicito agli artt. 3 e 33 della Costituzione e alla funzione istituzionale e “civile” che deve avere la Scuola della Repubblica.
Tale tesi è anche scientificamente scorretta se solo si valutano i dati della ricerca OCSE PISA, che correttamente, a differenza di INVALSI, oltre a somministrare test sulle competenze linguistiche e scientifiche, incrocia i risultati degli studenti 15 enni con quelli sulle loro condizioni socio economiche e culturali.
La ricerca dimostra:
1) che in tutti i paesi sviluppati il livello culturale delle famiglie incide in modo decisivo sui risultati dei figli;
2) che altrettanto influiscono le condizioni socio economiche.

Pensare che ciò non accada anche in Italia sarebbe veramente curioso.
Il problema è capire quanto queste variabili incidano in Italia.
Ora osservando sia il tasso di variazione nei test fra i risultati migliori e i peggiori, sia le differenze nei risultati fra gli studenti che provengono da famiglie di condizioni economiche basse o alte, sia osservando il rapporto tra la probabilità che uno studente estratto a caso dalla popolazione risulti appartenere alle famiglie di estrazione più bassa e che lo stesso studente sia fra gli studenti più scarsi, si può verificare che tutti questi indici collocano l’Italia sotto la media dei paesi OCSE.
Quindi la nostra scuola si sforza di combattere la disuguaglianza sociale molto di più di quelle di altri paesi, in controtendenza con quanto accade nella società.
Tanto è vero che l’OCSE classifica il nostro sistema come “equo”, ma verso il basso.
I veri problemi della nostra scuola sono altri e non si risolvono certo con la competizione fra le scuole o con la loro aziendalizzazione.
Il primo problema della scuola italiana è il livello complessivo di competenze che vede i risultati dei nostri studenti sotto la media dei paesi OCSE.
In particolar modo le competenze matematiche dei nostri giovani 15 enni sono critiche; solo gli studenti di Grecia, Turchia e Messico ottengono risultati peggiori.
Il secondo problema è il gap impressionante nel numero di diplomati e laureati rispetto agli altri paesi, tanto è vero che nella popolazione attiva 25-64 anni la maggioranza della popolazione non ha il diploma superiore (i diplomati italiani sono il 48% contro una media OCSE di 67, ma non va molto meglio neanche nella fascia 25-34 dove, nonostante il numero dei diplomati si triplicato in 30 anni, resta ampio il divario: 64 contro 77).
E’ evidente che il basso livello di scolarizzazione incide sui risultati degli studenti, ma allora il problema non è la scuola: occorre innalzare il livello culturale della popolazione adulta.
Il terzo problema del nostro sistema è che gran parte di queste differenze nei risultati (che ripetiamo sono nettamente inferiori a quelle di paesi come gli USA, la Germania, la Svizzera, ecc…) derivano da differenze fra le scuole, mentre sono inferiori alla media dei paesi OCSE le differenze nei risultati degli studenti all’interno delle singole scuole.
Questo significa che le Istituzioni scolastiche italiane svolgono una funzione omogeneizzante, cercando di portare tutti i loro alunni ad un certo livello di competenza, indipendentemente dalle condizioni di partenza, ma che pesano molto le differenze fra gli indirizzi scolastici e quelle geografiche.
In questa situazione sia la proposta del centro destra di “devolution” sia quella del Ministro Fioroni di affidare la determinazione dei curricoli alle singole Istituzioni scolastiche in nome di un’accentuazione dell’autonomia mi appaiono completamente errate.
In realtà il nostro paese avrebbe bisogno del rilancio della funzione costituzionale di una forte scuola nazionale a cui affidare il compito prioritario di innalzare il livello di competenze in particolare scientifiche dei ragazzi che vivono nelle zone più disagiate del paese o che sono in condizioni socioeconomiche difficili.
Non bisogna inoltre sottovalutare l’impatto dovuto dall’ingresso a scuola di giovani immigrati.
Occorrono allora investimenti aggiuntivi sia materiali che umani nelle zone più a rischio e nelle scuole con più problemi, seguendo la politica delle “zone di educazione prioritaria” che sviluppò anni fa il Governo francese.
Occorre inoltre una riforma complessiva che sappia ridefinire le competenze e le conoscenze che tutti gli studenti debbono possedere alla fine di ciascun ciclo e in particolare alla fine del periodo d’obbligo.
Per riconfermare l’azione della scuola della Repubblica quale Istituzione che contrasta le disuguaglianze è necessario innalzare al più presto l’obbligo a 18 anni, un biennio unico e lo spostamento degli attuali indirizzi al triennio.
Tutto questo si potrà fare solo se la questione scuola assumerà il ruolo centrale per il futuro del nostro paese che finora non ha certo avuto.

Bruno Moretto, segretario del Comitato bolognese Scuola e Costituzione

Last modified 2006-09-24 19:16
 

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