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IL CREPUSCOLO DELLA REPUBBLICA di Luigi Capitano, del Comitato nazionale di sostegno alla LIP

L'essenza della democrazia
Luigi Capitano on 5 novembre 2014 - 22:56 in Senza categoria

CHI HA PAURA DELLA LIP? FORSE IL SISTEMA 

Con questo poscritto al mio intervento già apparso su questa tribuna di “ReteScuole” (“QUOD NON FECERUNT BARBARI…”) ribadisco le ragioni del mio sdegnato rifiuto a partecipare alla consultazione-farsa del governo Renzi, convinto come rimango che insieme alla partita della scuola si giochi quella dei beni comuni e della democrazia nel nostro Paese. Chi volesse partecipare confidando incautamente nella buona fede del governo, potrebbe sempre rispondere “#megliolaLIP” ad ognuno dei quesiti posti dal questionario rapido. La LIP, giova ripetere, è un’ottima legge di iniziativa popolare fedelmente ispirata e ancorata ai principi della Costituzione, opposta nello spirito alla riforma anticostituzionale di Renzi che taglia indiscriminatamente risorse e diritti alla scuola pubblica per svenderla ai privati. Qui basti ricordare due punti salienti della LIP: essa abolisce le classi sovraffollate e allinea l’Italia alla media europea degli investimenti sul settore istruzione. La proposta di legge popolare, affossata dall’attuale governo e rimasta inascoltata per anni anche dal Parlamento, è stata recentemente ripresentata da diversi parlamentari di eterogenea estrazione politica. Essa spinge, fra l’altro, a cancellare la scelta sciagurata – ispirata a logiche grettamente economiche – delle scuole aggregate, fuse e portate all’“ammasso”. Superando tutti i danni prodotti in particolare dalla Gelmini (e dal governo Berlusconi), La LIP dunque contribuisce a riscoprire il valore di scuole a dimensione d’uomo e dalla fisionomia ben riconoscibile (che cosa ha da spartire, ad esempio, un liceo con un indirizzo alberghiero o tecnico commerciale?). Per contro, la riforma anticostituzionale di marca renziana non potrà avere altro effetto che una deriva antidemocratica. Ogni taglio alla scuola è un taglio alla democrazia. Il problema rimane dunque eminentemente politico. La nostra Costituzione repubblicana sta o cade insieme alla democrazia scolastica, oggi minacciata anche da una riforma degli organi collegiali che, in nome di un malinteso principio di autonomia, attribuisce un peso eccessivo alla governance manageriale e al costituendo “Consiglio dell’Istituzione Scolastica” (ex Consiglio d’Istituto). Quest’ultimo, con potere di “indirizzo”, dovrebbe essere controllato – nella mente di Renzi-Giannini – da enti ed elementi esterni alla scuola (sponsor di turno), creando evidenti disparità e diseguaglianze fra scuola e scuola e intaccando il più autentico principio di autonomia. Una scuola si dice infatti veramente “autonoma” se e quando rimane libera e indipendente da enti esterni e non già quando il sapere dipende da questo o da quel potere (tanto più se economico). Il cofinanziamento pubblico-privato delle scuole non può che preludere alla cogestione delle stesse. E mentre Renzi cerca in ogni modo di confondere le acque fra pubblico e privato, il sottosegretario Reggi ha apertamente parlato di un “sistema misto” pubblico-privato. Assistiamo così al doppio paradosso di una scuola paritaria equiparata a quella statale e di una scuola pubblica finanziata solo per un terzo di quanto viene attualmente destinato alle scuole private (in gran parte cattoliche), in palese contraddizione con il dettame costituzionale, che recita a chiare lettere: “senza oneri per lo Stato” (Michele Ainis, Privilegium, Rizzoli, 2012, p. 60).

Altre pesanti diseguaglianze discendono analogamente dal distorto criterio meritocratico invocato dagli “esperti” del ministero dell’istruzione. In una scuola ideale, ogni insegnante andrebbe valorizzato e gratificato per le proprie peculiari competenze e capacità, le quali non possono dipendere dal semplice fatto di ricoprire ruoli, funzioni o incarichi in qualche modo ‘esclusivi’. E tanto meno possono dipendere da demenziali, brunettiane percentuali precostituite. L’idea del “credito” e del “merito” proposta da questo governo rimane non solo opinabile, ma oltremodo lesiva della dignità degli insegnanti. L’unica vera rivoluzione della scuola secondaria che io riesco a vedere passa attraverso un allargamento dei concetti di apprendimento e di competenza in direzione di una visione della ricerca sempre aperta, sul modello delle università. Il più “bravo” dei docenti delle scuole superiori potrà collezionare tutti i crediti, i punti, gli scatti di merito di questo mondo, ma fin quando rimarrà ancorato e fossilizzato al concetto statico di un sapere preconfezionato (da altri) da trasmettere (magari secondo le più avanzate tecniche didattiche) ai discenti, quale potrà mai essere il vantaggio per i giovani, il progresso per il sapere, il merito premio a se stesso? O la scuola si trasforma dunque in una consapevole comunità di ricerca, o non ha senso parlare di meritocrazia. Ma la realtà della bozza di riforma Renzi-Giannini è molto meno nobile: si tratta infatti di tagliare e di tagliare in base ad un criterio purchessia.

Il punto è che negli ultimi decenni si è andato creando  in Italia un clima sempre più pesante che rischia di far scivolare il nostro Paese in un larvato stato di eccezione e in un regime di velluto in cui i cittadini non vengono più trattati come tali, poiché i loro diritti sembrano essere diventati dei privilegi che “non possiamo più permetterci”. In verità, l’Italia dei privilegi, delle lobby e dei “poteri forti” non ha smesso di avanzare negli ultimi decenni: rendite finanziarie, grandi patrimoni, banche, evasione e criminalità: ecco le vere fonti infinite dello spreco, che si aggiungono alla mala politica con il suo fitto sottobosco parassitario. Con le sue finte riforme, Renzi non ha toccato minimamente questi veri privilegi che divaricano al massimo la forbice della diseguaglianza economica e sociale. Con uno dei suoi abituali sofismi, preferisce invece aggredire i diritti faticosamente conquistati dai lavoratori in decenni di lotte, trattandoli come fossero dei privilegi, dei lussi, o peggio degli “alibi” che non si possono più tollerare. Invece di rinegoziare con l’Europa i termini per una ripresa economica dell’Italia, l’attuale premier fa pagare sottobanco il conto della crisi agli italiani e non certo ai più ricchi. Il nostro Paese, è vero, avrebbe un gran bisogno di cambiare, così come la nostra scuola. Ma di certo non ha bisogno di cambiare in peggio… Tanto meno ha bisogno di una sinistra che abbraccia trasformisticamente la destra, bloccando la naturale dialettica democratica dell’alternanza e lasciando galleggiare il potere nell’ambiguità di una palude che risucchia, non risolvendoli, i conflitti reali.

Va certo riconosciuta a Renzi una grande abilità nello spostare i problemi in avanti, annunciando sempre nuovi traguardi-miraggio e illusionistici orizzonti di soluzione. Peccato che le sue finte panacee si traducono puntualmente in nuovi problemi per il futuro. Ecco i varchi attraverso i quali il “simpatico” rottamatore ha reso il nostro sistema democratico via via sempre più vulnerabile: progressivo svuotamento del ruolo del Parlamento che firma cambiali in bianco al governo, salvandolo nei passaggi più difficili con voti di fiducia; accordo fuori legge “del Nazareno” con due pregiudicati (Berlusconi e Verdini); legge “sblocca-Italia” che consegna la gestione dell’acqua ai privati e alle ecomafie; invenzione di un fantomatico “partito” personalistico-populistico “della nazione”; statuto dei lavoratori stracciato sull’altare del blairiano jobs act; ostentato disprezzo delle rappresentanze politico-sindacali del mondo del lavoro; cessazione di una vitale missione umanitaria come “Mare Nostrum”; acquisto di nuovi F-35; manomissione di parti vitali della Costituzione – come gli articoli 71-72 – tesa a frenare le leggi di iniziativa popolare e a rafforzare nel contempo l’esecutivo a danno del Parlamento. Alla luce di questi recenti e inquietanti segnali del crepuscolo della nostra Repubblica, cui fanno da cupo contorno manganelli insanguinati e assoluzioni di assassini di Stato (caso Cucchi), la deriva antidemocratica e anticostituzionale delle nostre istituzioni dovrebbe apparire di una evidenza lampante perfino ai ciechi e ai “tiepidi” vomitati dall’Apocalisse.

Al quieto vivere della “zona grigia”, ai colleghi, ai cittadini, ai giovani più rassegnati, proni e supini ad ogni novità e a ogni giro di vite che provenga dall’alto, vorrei ricordare le semplici, infiammate parole di Stéphane Hessel: INDIGNATEVI! NON ARRENDETEVI! A tutti gli altri, ai giustamente indignati, invece dico che non basta non arrendersi: occorre saper costruire un’alternativa credibile e sostenibile. Per tutti questi motivi, come dicevamo, è certamente da preferire l’ottima legge di iniziativa popolare per una scuola della Repubblica alle pulsioni anticostituzionali di un governo che continua impunemente ad attentare al futuro dei nostri giovani e della nostra democrazia.

 

“QUOD NON FECERUNT BARBARI…”

Una martellante campagna pubblicitaria del governo Renzi annuncia da alcune settimane il programma di una sedicente “buona scuola” da sottoporre, attraverso un massiccio vaglio online, all’attenzione dei collegi dei docenti, degli studenti e delle famiglie degli italiani. Purtroppo non si tratta di una genuina consultazione di base, ma di una trovata demagogica “di regime” come ormai viene denunciato ad ogni pie’ sospinto da più parti (sindacati, reti di resistenza della scuola pubblica, stampa libera). Se non fosse così, il mondo della scuola avrebbe dovuto essere ascoltato prima di qualunque proposta calata dall’alto per essere precipitosamente convertita in legge con decreto entro il termine già prefissato del gennaio 2015. In poco più di un mese (scaduto il termine del 15 novembre), il governo dovrebbe dunque essere in grado di convogliare ed esaminare milioni di pareri espressi nei suoi questionari.

La pseudoriforma Renzi-Giannini rimane, fin dal titolo plagiato (“la buona scuola”), un enorme distrattore di massa rispetto alla “Legge di iniziativa popolare per la buona scuola” (quella vera) che giace in Parlamento dal 2006 e che è stata ripresentata l’estate scorsa con il sostegno di un Comitato nazionale a cui anch’io aderisco. Per quanto ammantati da una seducente retorica, i dodici punti del rapporto governativo sulla “buona scuola” si presentano come altrettanti annunci, proclami mediatici privi di una visione organica e di qualunque spinta ideale e progressiva. L’impianto del testo manca totalmente di spessore, di idee, di valori costituzionali. Davvero non serve leggere queste centotrentasei pagine del rapporto targato Renzi-Giannini se non per smascherare la malafede e l’ipocrisia che si nascondono dietro le più sofisticate tecniche della persuasione e della comunicazione. Non c’è alcuna sostanza in tanta accattivante demagogia tesa a suscitare il plauso populistico degli italiani. Si fa leva, ad esempio, sull’esigenza di aprire dei nuovi varchi fra scuola e lavoro. Ciò rimane innegabilmente desiderabile, ma anche il sistema economico dovrebbe essere permeabile e in grado di adeguarsi ai valori che la scuola democratica (e quindi la società civile) coltiva e propugna, e non solo viceversa (artt. 3-4 della nostra Costituzione). L’Europa è ancora in crisi a causa della tirannia dei mercati e dei cosiddetti “poteri forti”. L’austerità applicata maldestramente al mondo dell’istruzione (scuola, università, ricerca, innovazione), anziché essere un rimedio a questa crisi, rimane una delle sue cause più profonde e rimosse. Finché non si rifletterà a fondo su queste questioni, rimettendo in piedi una prospettiva corretta, si continuerà a ragionare con la coda anziché con la testa. Prendendo sul serio la proposta di Renzi (la scuola non può più permettersi il lusso di non svendersi ai privati), la Costituzione stessa potrà essere buttata a mare come un inutile ferro vecchio. Ecco perché la proposta indecente del governo va rifiutata in toto, e senza riserve. Non ci sono punti di forza e di debolezza da vagliare quando l’intenzione di fondo è pessima. Se qualcuno straccia la Costituzione, rimane forse il buono e il cattivo dei coriandoli? E per usare un’altra metafora: se un’architettura è priva di fondamento, quale può essere il vantaggio di avere qualche finestra aperta su orizzonti di sogno?

Il “metodo” pseudodemocratico di Renzi (prima faccio finta di ascoltare tutti, poi vado avanti comunque per la mia strada) colpisce ancora nell’Italia del crepuscolo della Repubblica e dello “stallo alla messicana” egemonizzato da tre leader demagoghi. Le promesse di una “buona scuola” non sono che pasticciate dichiarazioni d’intenti, parole senza idee, specchietti per le allodole. Con la mossa di giocare d’anticipo e di presentare il suo catalogo di pretese buone intenzioni, Renzi tenta di prevenire l’iniziativa del Parlamento, preparando così un bel “pacchetto” (che mette insieme cavoli e capri) da far passare comunque, con in più la “buona scusa” del gradimento consultivo. Sembra avverarsi così la massima: quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini. Quel che non sono arrivati a fare Gelli e Berlusconi, sta rapidamente facendo il cavallo di Troia della sinistra italiana, il “diversamente berlusconiano”, come è stato definito dal forzista Sisto (impegnato, come tutti sanno, a manomettere la nostra Costituzione). Il cosiddetto “patto del Nazareno” segna uno dei momenti di più invereconda degenerazione delle nostre istituzioni democratiche: la nostra Costituzione prevede forse degli accordi sottobanco fra pregiudicati e capi del governo, o anche soltanto fra leader di partito?

A parte il metodo pseudodemocratico adottato dal governo Renzi, veniamo ai pretesi contenuti della bozza di riforma sulla scuola. La promessa di stabilizzare quasi centocinquantamila precari non può che mietere consensi da ogni parte, anche se rimane da capire bene in che modo verranno realmente assorbiti tanti insegnanti e con quali coperture. Un atto dovuto viene fatto passare per un gesto di grande magnanimità. Un non-contenuto, è spacciato per il primo successo dell’iniziativa del governo. L’effetto-annuncio rimane così assicurato sul piano della propaganda. Ma è ormai risaputo che con questa mossa il governo spera semplicemente di evitare le infrazioni in vista dell’imminente sentenza della Corte di Giustizia europea sui precari. Il rapporto propinato dal governo si rivela così fin dall’inizio una trovata ben studiata e una presa in giro bella e ‘buona’. Chi non vorrebbe risolvere la difficile questione del precariato? Allo stesso modo chi, in linea di principio, si oppone agli scatti di carriera (o di merito), alla scuola che si apre in rete (salvo poi scoprire la metamorfosi degli insegnanti in piccioni viaggiatori), alla scuola digitalizzata (ma senza essere dotata di adeguati strumenti tecnologici), alla scuola agganciata al mondo del lavoro, a una scuola arricchita di nuove offerte e attività formative e via sofisticando? Peccato che l’unica logica sottesa al documento (così come a tutti questi annunci ammiccanti) rimanga tristemente quella del taglio all’istruzione, e questo è quanto. Bisogna ammettere che con questa furbata e “buona scusa” della consultazione, Renzi riesce a tenere a suo modo in scacco un intero Paese. Infatti, chi non vorrà parteciparvi sarà considerato poco democratico (e messo così fuori gioco), mentre chi vi parteciperà rimarrà comunque inascoltato (a meno di non dirsi d’accordo su tutto). Ecco dunque il bluff: comunque vada, sarà un successo per il governo (che già si vanta per le migliaia di contatti ricevuti) e la profezia si sarà autorealizzata. Qualunque possa essere l’esito, alla fine il governo potrà sempre dire: c’è stato un ascolto senza precedenti in tutto il Paese; ringraziamo anche quanti hanno espresso liberamente le loro perplessità e le loro critiche, soprattutto se alla fine ci ritroviamo tutti uniti insieme appassionatamente a costruire una “buona scuola”. Il gioco è fatto e il piatto è servito.

Veniamo ai contenuti. Riguardo alla meritocrazia, non si tratta di dare “le pagelle agli insegnati” come si è spesso ripetuto con banale superficialità, distraendo così dal vero problema. Quando parla di “meritocrazia”, il governo opera infatti una consapevole “manomissione delle parole” (e dei concetti) che nasconde la malcelata tecnica del rovesciare la frittata e del divide et impera. Si tratta di una trovata davvero ben congegnata, destinata a scatenare un’avvilente guerra fra poveri, un’insana competizione fra (presunti) docenti di serie A e docenti di serie B. In base a quale pretesa si può infatti stabilire a priori che due terzi dei docenti si riveleranno comunque ‘migliori’, in ogni singola scuola, del restante terzo? La media dei ‘bravi’ è dunque prevista dal governo a prescindere dai criteri – affatto opinabili – che verranno adottati tanto per fare quadrare i conti. Alla categoria più bistrattata dei lavoratori che Renzi aveva promesso di “mettere al centro” e a cui il governo non rinnova da anni il contratto si chiede quindi di pazientare appena… altri tre anni per ottenere nella migliore delle ipotesi – esclusa la predestinata massa damnationis – la cifra di ben (udite! udite!)… “circa 60 € netti in più in busta paga”! Con un insulto alla dignità dei lavoratori e scavalcando Brunetta a destra, il governo lascia quindi baluginare da lontano una miserevole elemosina come se si trattasse di un premio da sogno per cui valga la pena di sgomitare. Davvero Renzi pensa che nessuno si sia accorto di cosa si nasconde dietro questo miserabile sofisma della meritocrazia? Per tagliare basta un paio di forbici (Cottarelli), non c’è bisogno di scomodare il concetto di meritocrazia, specialmente quando non lo si rispetta nella sostanza. Come si può pretendere di adeguare la scuola agli standard europei se poi non si adeguano anche le risorse? Con quale ‘magia’ si pretende di migliorare “l’offerta formativa” continuando a tagliare retribuzioni e diritti acquisiti? Come si può proporre una “buona scuola”, quando si considera l’istruzione, anziché un diritto e un bene comune, un lusso che non possiamo più permetterci? La legge di iniziativa popolare che Renzi vorrebbe affossare con la trovata demagogica della pseudoconsultazione – propone di investire almeno il 6 % del PIL sull’istruzione per allineare l’Italia alla media degli altri Paesi OCSE (attualmente rimaniamo in fondo alla classifica). Non sarebbe questo il minimo indispensabile per consentire al nostro sgangherato Paese di ripartire? Questo subdolo modo di bistrattare – blandendola a parole – la categoria degli insegnanti non è forse destinato a ripercuotersi negativamente sulle giovani generazioni, che il costo della crisi lo stanno già pagando in termini di riduzione del diritto allo studio e di esclusione dal mondo del lavoro? Si può star certi che la finta meritocrazia tanto sbandierata, e utilizzata in realtà come un’ascia per tagliare fondi e teste, finirà con il colpire non solo i docenti, ma anche gli studenti: “non possiamo infatti permetterci di mantenere il criterio dimensionale (quantità di studenti e organico) come unico indicatore per quantificare e allocare le risorse destinate alle scuole”. L’imbroglio della meritocrazia si tradisce da solo con questa formulazione esplicita della negazione del diritto allo studio uguale per tutti. Il principio è quello della giungla filtrato da un darwinismo sociale-economico che risponde ai principi più selvaggi (e fallimentari nel resto del mondo) del neoliberismo economico: le scuole più svantaggiate otterranno sempre di meno (come del resto è già accaduto alle università) e anziché venire adeguatamente sostenute verranno bollate come scuole di serie B e abbandonate al loro destino. L’unica forma di autodifesa per loro non resta che la mistificazione dei risultati conseguiti, la corsa alle carte false, pur di riuscire a sopravvivere. I lacché del nuovo sistema si troveranno comunque a loro agio e, dopo gli esiti scontati della pseudoconsultazione popolare, troveranno una beffarda conferma del fatto che la democrazia significa, come recita un famoso aforisma wildeano, “far bastonare il popolo, dal popolo, in nome del popolo”.

Non abbiamo bisogno di scomodare Carlo Levi, Gustavo Zagrebelsky, Luciano Canfora e Gianrico Carofiglio (o più semplicemente Nanni Moretti) per sapere che le “parole sono importanti”. Il rapporto governativo parla di “meritocrazia”, si deve intendere piuttosto: “taglio assicurato delle retribuzioni e dei diritti degli insegnanti e degli studenti”. Un frontespizio che sembra un cartellone pubblicitario da circo collodiano annuncia a caratteri cubitali “la buona SCUOLA”. Peccato che si tratti invece di una presa in giro bella e ‘buona’. Come quella che il philosophe Voltaire, nella prigione dorata di Federico II di Prussia, poteva lamentare in una sua lettera ad un’amica. Anche in questo caso, non c’è nessun riformismo illuminato: solo “centralismo democratico”, disciplina di partito estesa alla società civile con premeditato bombardamento mediatico. Si tratta di un modello ben collaudato in Italia da decenni di trasformismo politico che si vorrebbe applicare anche alle scuole, riducendo sempre di più gli spazi della democrazia scolastica e dei suoi organi collegiali.

Una delle parole d’ordine della “buona scuola” renziana è “digitalizzare”. Magari ogni aula venisse dotata di lavagne multimediali sulle quali, il governo mostra ora però di voler fare dietrofront, tanto per economizzare. Magari ci fossero tanti tablet, computer, proiettori, connessione ad internet e quant’altro possa servire alla funzionalità delle nuove tecnologie! Ma intanto perché non partono corsi di aggiornamento obbligatori per tutti gli insegnanti che hanno ancora bisogno di acquisire le competenze necessarie alla didattica multimediale? Ad ogni modo, la buona didattica non passa di certo solo attraverso l’innovazione tecnologica, che semmai dovrebbe essere vista come un’opportunità e una marcia in più di cui la scuola ha bisogno per mettersi al passo coi tempi. La priorità per una vera buona scuola sarebbe quella di creare ambienti idonei all’apprendimento, abolendo tanto per cominciare le “classi-pollaio” che abbiamo ereditato dall’abominevole Gelmini (mentre la LIP – la “Legge di iniziativa popolare per una buona scuola della Repubblica” – indica opportunamente in 22 il numero massimo consentito di alunni per classe, il governo auspica classi composte da 33 elementi). Inutile aggiungere che la vera sfida sarebbe anche quella di riuscire a gratificare – non solo a parole – la funzione insegnante e investire di più in formazione e in aggiornamento dei docenti, valorizzando ad esempio quanti fra essi si sono perfezionati, magari conseguendo nuovi titoli, o anche semplicemente realizzando delle buone pratiche e attività coinvolgenti. Se per ipotesi assurda un Socrate si trovasse oggi a insegnare in una scuola statale italiana, sceglierebbe forse di svolgere il ruolo di funzione strumentale, di coordinatore, di referente di progetti? Cercherebbe forse di accaparrarsi ogni altro “credito” utile a qualificare il merito secondo la logica aziendalistica e produttivistica che il governo vorrebbe imprimere al mondo della scuola? Non credo affatto. E se un insegnante decidesse di spendere il proprio tempo libero dedicandosi alla ricerca e scrivendo libri, non si vedrebbe forse costretto a rinunciare a tutti gli incarichi scolastici più gravosi e impegnativi che secondo gli esperti del ministero dovrebbero servire a qualificare il suo profilo professionale? Una simile tipo di insegnante, secondo gli standard immaginati dal governo, non sarebbe mai considerato in grado di raggiungere “scatti di competenze”. Piuttosto che dare l’impressione di voler migliorare la qualità dell’“offerta formativa”, bisognerebbe mirare alla qualità dell’intera vita scolastica. Ma il rischio delle ventilate autovalutazioni non rimane invece quello di probabili ‘autoassoluzioni’ fra scuole in regime di concorrenza, aggravate da soffocanti fardelli burocratici?

Altro grave difetto, che passa totalmente in sordina: nelle 136 pagine del Rapporto governativo non si trova una sola parola sulle biblioteche e sulla loro gestione. I libri vengono nominati nel testo una sola volta a proposito dei “libri che i nostri figli studieranno”. Eppure le biblioteche (tradizionali o digitali che siano) rappresentano degli ambienti fondamentali per l’apprendimento, che non possono essere sostituiti dalla semplice ricerca in rete (che, per quanto poderosa, rivela ancora tutti i suoi limiti). L’accesso alle biblioteche pubbliche è giustamente raccomandato dal “Manifesto dell’UNESCO” (che risale già a venti anni fa) come una via di accesso ai “diritti democratici”. L’accesso alle biblioteche (e quindi anche a quelle degli istituti scolastici e delle università) è insomma un diritto che consente di accedere a un altro diritto: il bene comune della conoscenza, di cui la scuola dovrebbe essere il primo baluardo. Nell’“Era dell’Accesso” (Rifkin), in moltissime scuole il diritto all’accesso pubblico agli strumenti del sapere (alludo ancora alle biblioteche, ma anche al wi-fi) rimane di fatto negato o non osservato. Questo fatto è tanto più sintomatico quanto più rimane indifferente ai più. E proprio mentre la conoscenza sembra diventato (al pari dei diritti dei lavoratori) un lusso che non possiamo più permetterci, si rivela ancor più chiaramente il disegno – già avviato nel 1990 con la riforma Ruberti dell’università – di ‘svendere’ la scuola pubblica al miglior offerente, sulla linea già tracciata dal processo di privatizzazione e dismissione dei beni comuni che dura da almeno un ventennio e che con Renzi ha subito un inquietante colpo di acceleratore (si pensi allo “sblocca-Italia” che riconsegna ai privati e alle ecomafie la gestione dell’acqua pubblica). Del resto, da qualche tempo sono gli investitori, i finanzieri e le multinazionali che sussurrano all’orecchio dei politici, anche nei trattati internazionali. (Ciò vale, fra parentesi, anche per l’attuale premier, notoriamente consigliato dal finanziere Davide Serra, il dominus incontrastato della recente “Leopolda”). In questa stessa logica si inserisce il disegno renziano di infiltrare “i migliori investitori privati” nel “cofinanziamento” della scuola, lasciando per il resto campo libero alla governance manageriale nel formare la futura “squadra” degli insegnanti (quindi nell’assumere e nel licenziare). Lo sfascio più completo della scuola pubblica diventa ‘perfetto’ quando ci mettiamo sopra l’insegna “buona scuola”. Al danno, segue così la beffa.

A proposito di svilimento e distorsione dei valori e delle parole della democrazia, nel testo che stiamo discutendo non si trova nemmeno l’ombra d’un riferimento alla nostra Carta Costituzionale e tanto meno al diritto allo studio e alla scuola pubblica: chissà perché? Il progetto di “attrarre sulla scuola molte risorse private” è invece reso spudoratamente esplicito, essendo definito “l’unico modo per tornare a competere”. Quello che non appare con altrettanta chiarezza è se figure di privati potranno insediarsi un domani in quel “Consiglio dell’Istituzione scolastica” che dovrebbe diventare “il titolare dell’indirizzo generale e strategico” della “buona scuola”. Mi limito a osservare, con un sorriso amaro, che forse non è un caso se l’Aprea – fortemente contestata due anni fa – si mostra ora così contenta di poter rientrare, travestita, dalla finestra della Giannini. È il sogno della privatizzazione che si avvera. Anche la Gelmini esulta per questa pessima riforma: chissà come mai? La disfatta (o rottamazione?) della scuola pubblica è dichiarata apertamente e senza pudore: “le risorse pubbliche non saranno mai sufficienti a colmare le esigenze di investimenti nella nostra scuola”. Sarebbero dunque i privati (premiati da vantaggi fiscali e quant’altro…) a dover salvare la scuola italiana? E lo stato dovrebbe dunque affidare il suo compito precipuo e costituzionale (art. 33) alla ‘magnanimità’ dei finanziatori privati o collettivi, quando non anche alle collette dei genitori?

Per venire alla questione dell’edilizia scolastica più e più volte evocata da Renzi nelle sue esternazioni televisive, chiedo: dove sono le scuole con standard di sicurezza veramente a norma? Come si possono continuare a stipare trenta e passa alunni in un’auletta, ammesso che possa mai considerarsi una “buona scuola” – sul piano didattico-educativo – quella nella quale si ammette la formazione di classi tanto numerose? Più radicalmente: dove sono i nuovi investimenti sulla scuola e sul diritto allo studio? O si pensa di far diventare “buona” la scuola a suon di imbonimento politico, di bombardamento mediatico, di spot buoni solo pour épater les bourgeois?

Quella che viene sbandierata come una consultazione di base si rivela chiaramente un’ipocrita e malcelata operazione di facciata che – per stessa ammissione del ministro Giannini – non inciderà sulle decisioni finali, di cui è certo che non si terrà conto (come vagliare centinaia di migliaia o milioni di pareri, a partire da quesiti preconfezionati ad hoc?), e che non si misura minimamente né con i principi, i valori, della nostra Carta Costituzionale (e tanto meno con gli articoli 3, 9, 33-34 che parlano di eguaglianza sociale, di promozione della cultura, di scuola pubblica e di diritto allo studio). E tanto meno si misura con la LIP, di cui si limita a ricopiare l’espressione “buona scuola”, creando volutamente confusione. Non è forse un imbroglio aggravato dalla beffa? Il gioco della democrazia non implica certo il rifiuto aprioristico delle proposte governative, ma contempla in compenso una “critica della retorica democratica”. Per questo inviterei chi non l’avesse ancora fatto a confrontare i due progetti di riforma dall’impianto radicalmente diverso, anzi diametralmente opposto: rispettivamente, quello di marca renziana e quello della legge di iniziativa popolare che si ispira espressamente allo spirito della nostra Costituzione. Come recita l’eloquente copertina di un recente numero di “MicroMega”: “un’altra scuola è possibile: laica, repubblicana, egualitaria, di eccellenza”. La bozza di massima di questa vera buona scuola esiste già ed è appunto la LIP, che si può liberamente “adottare” (www.lipscuola.it) a dispetto dei fumi illusionistici profusi dal governo Renzi e dalla sua scelta cinica in fatto di istruzione.

Molti insegnanti e studenti hanno comunque ormai capito il gioco e denunciato l’inganno e la beffa di questa ennesima trovata di marketing governativo e di rottamazione del bene comune-scuola. È già iniziato il nuovo autunno caldo con manifestazioni e assemblee nelle maggiori città d’Italia e con una mobilitazione che il 25 ottobre scorso ha visto confluire nella capitale un milione di lavoratori a difesa di diritti acquisiti da un secolo. Alla manifestazione era presente, non per caso, anche il nostro Comitato civile di sostegno alla LIP. I diritti dei lavoratori e quelli degli studenti stanno o cadono insieme. Mentre i sindacati più agguerriti sono sul piede di guerra, si vanno risvegliando tante scuole ridotte “all’ammasso”. Chi si farà ancora incantare dalla falsa retorica del nuovo pifferaio magico? Chi vorrà fare la fine delle rane bollite dell’ormai non meno famoso apologo? La sfida per la “buona scuola” – quella vera – rimane dunque aperta, dal momento che la posta in gioco tocca i destini di milioni di uomini e l’essenza stessa della nostra democrazia.

luigi.capitano@gmail.com

 

Per approfondimenti, rimando ai seguenti link:

https://comitatoscuolapubblica.files.wordpress.com/2014/09/tabella-lip-contro-buona-scuola-1.pdf

http://adotta.lipscuola.it/

http://www.retescuole.net/senza-categoria/pseudo-consultazione

http://www.flcgil.it/rassegna-stampa/nazionale/lip-e-buona-scuola.flc

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/10/05/riforma-della-scuola-la-campagna-pubblicitaria-e-la-legge-di-iniziativa-popolare/1144535/

http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/category/marina-boscaino/

http://www.retescuole.net/senza-categoria/la-scuola-si-giudica-le-regole-sono-un-caos

 

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