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“Se vince il No, abbandono la politica”. Quei dodici mesi di renzate a vanvera

renzi 11.12
Vincenzo Pascuzzi on 12 dicembre 2016 - 7:19 in Rassegna Stampa

“Non sono come gli altri, io. Se il referendum andrà male continuerò a seguire la politica come cittadino libero e informato, ma cambierò mestiere. Vuole uno slogan semplice? O cambio l’Italia o cambio mestiere” (2 giugno).

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Promemoria – Dal dicembre 2015 a pochi giorni fa: “Non sono come gli altri”

“Se vince il No, abbandono la politica”. Quei dodici mesi di renzate a vanvera

di Marco Palombi – Il Fatto Quotidiano) – 11 dicembre 2016 – pagg. 2 e 3

“Se vince il No, abbandono la politica”. Quei dodici mesi di renzate a vanvera

 

Ora che Matteo Renzi – con studiata scenografia che umilia la funzione del capo dello Stato – si mette da premier dimissionario a dare le carte sul prossimo governo e pure sulle prossime elezioni, ecco un utile (e parziale) promemoria su cosa ci aveva detto che avrebbe fatto quello stesso Matteo Renzi, un politico diverso dagli altri, se avesse vinto il No al referendum costituzionale.

“È del tutto evidente che se perdo il referendum, considero fallita la mia esperienza in politica” (29 dicembre 2015).

“Con un gesto di coraggio e dignità ho detto che se si perde il referendum, smetto di fare politica” (12 gennaio).

“Ho già preso il solenne impegno: se perderemo il referendum lascio la politica” (15 gennaio).

“Ripeto qui: se perdessi il referendum considererei conclusa la mia esperienza” (20 gennaio).

“Non prendiamo in giro la gente. Io non sono come gli altri, se perdo su una cosa così grande è bene che vada a casa” (22 gennaio).

“Se sulle riforme gli italiani diranno No, prenderò la mia borsettina e tornerò a casa” (25 gennaio).

“Se perdo al referendum prendo atto del fatto che ho perso. Tirate fuori le vostre idee, ecco la mia poltrona” (7 febbraio).

“Se perdiamo il referendum è sacrosanto non solo che il governo vada a casa, ma che io consideri terminata la mia esperienza politica” (12 marzo).

Con la primavera il parere dell’allora presidente del Consiglio non mutò di una virgola: “Se non ce la facciamo vado a casa” (13 aprile). “Il referendum non riguarda il governo, ma certo io se perdo vado a casa” (18 aprile).

“Se il referendum vedrà sconfitto il fronte del Sì, io ne trarrò le conseguenze perchè io non sono un politico come gli altri” (28 aprile).

“La rottamazione non vale solo quando si vuole noi… Se non riesco vado a casa” (2 maggio).

“È evidente che se si perde il referendum io vado a casa, non posso essere come i vecchi politici che mettono la colla alla poltrona” (4 maggio).

“Se perdo come faccio a rimanere? È una questione di serietà politica… Non posso fare finta di niente” (8 maggio).

“Se non passa il referendum, la mia carriera politica finisce. Vado a fare altro” (11 maggio).

“Ho detto che se perdo torno a fare il libero cittadino, mi dimetto e certamente smetto con la politica” (12 maggio). “Se perdo, a casa” (18 maggio).

“La mia non è personalizzazione, è serietà” (21 maggio).

“Io non sono come gli altri. Io se perdo vado a casa perché non resto se gli italiani bocciano la riforma più importante del mio mandato” (22 maggio).

“Io voglio vincere il referendum. Se lo perdo, troveranno un altro premier e un altro segretario” (1 giugno).

“Non sono come gli altri, io. Se il referendum andrà male continuerò a seguire la politica come cittadino libero e informato, ma cambierò mestiere. Vuole uno slogan semplice? O cambio l’Italia o cambio mestiere” (2 giugno).

“Dicono che sbaglio a dire che se perdo vado a casa: e secondo voi io posso diventare un pollo da batteria che perde e fa finta di nulla?” (29 giugno).

“In caso di No, premier, governo e – ma non spetta a me dirlo – anche Parlamento, dovrebbe prenderne atto” (4 luglio).

L’estate portò consiglio, quello di Giorgio Napolitano per la precisione: basta personalizzazione, parlare solo del merito. Renzi cominciò a non rispondere pià alla domanda sulle dimissioni, lasciando però intendere che non aveva cambiato idea. A novembre, poi, tornò alla posizione originaria: “Io ho 41 anni, tutte le mattine mi sveglio in questo palazzo e dico grazie. Ma sto qui se posso cambiare le cose. Non sto qui aggrappato per tenermi una carriera” (21 novembre)

“Rischio di andar via? Sì. Ho 41 anni, sono un boy scout di Firenze. Sono rimasto uguale coi pregi e i difetti. Se bisogna tornare a un sistema di inciuci allora vengano loro, amici come prima. Io non sto aggrappato alla sedia” (22 novembre).

“Io non sto lì a vivacchiare, non sono adatto” (25 novembre).

“Io non sono come i vecchi politici che hanno mantenuto la poltrona per decadi. Se perderò, non sarà un problema” (28 novembre).

“Io non ci sto se non mi fanno cambiare il Paese” (30 novembre). “Non sono io in discussione, io posso lasciare domattina” (2 dicembre).

Ora Renzi, politico diverso, vorrebbe gestire un governo senza farne parte, restando segretario del Pd, mentre si prepara ad attaccare i suoi oppositori in un prossimo Congresso del partito.

http://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/se-vince-il-no-abbandono-la-politica-quei-dodici-mesi-di-renzate-a-vanvera/

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