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“Renzi si è suicidato, così il Pd in bilico” / Renzi “tradito” dalle espressioni / mini-dossier

renzi 14.12
Vincenzo Pascuzzi on 14 dicembre 2016 - 17:38 in Rassegna Stampa

Renzi terrorizzato dal referendum sul Jobs Act

Un altro referendum, ansia Renzi. In primavera al voto sul Jobs Act. Se passasse sarebbe la fine della sua carriera politica (stavolta per davvero)
Mercoledì, 14 dicembre 2016 – 11:00:00
adecco jobs act
In primavera l’Italia tornerà alle urne: per il referendum sull’abolizione del Jobs Act, che dopo la riforma costituzionale rappresenta l’altro simbolo dei «mille giorni» di Renzi a Palazzo Chigi. È vero che la Consulta ancora non si è espressa, ma nel governo come in Parlamento scommettono che la Corte darà l’ammissibilità del quesito. In quel caso si andrebbe a votare in una domenica compresa tra il 15 aprile e il 15 giugno del prossimo anno. A meno di un ritorno al voto per il rinnovo delle Camere, che farebbe slittare il referendum di almeno dodici mesi.
Ma c’è anche una “terza via”, ovvero che il governo Gentiloni ripristini l’articolo 18 in modo tale da rendere inutile il voto referendario. Cosa che a Renzi non piace perché sarebbe l’equivalente di una sua bocciatura. Manco a dirlo l’ipotesi preferita da Matteo è quello di andare a elezioni anticipate in modo da indire il referendum l’anno successivo. Nel frattempo lui potrebbe tornare a Palazzo Chigi e quindi gestire da par suo il referendum oppure le eventuali modifiche legislative per neutralizzarlo. Anche perché tutti in Parlamento danno per scontato che anche stavolta gli italiani, qualora si tenesse il referendum la prossima primavera, si recheranno in massa a votare contro….Matte Renzi (e il suo Jobs Act).

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Matteo Renzi punta a far cadere Paolo Gentiloni entro giugno per evitare il referendum sul Jobs Act

Matteo Renzi punta a far cadere Paolo Gentiloni entro giugno per evitare il referendum sul Jobs Act

Che potesse essere un governo “balneare” era nell’aria. Ma forse quello di Paolo Gentiloni potrebbe avere vita più breve del previsto. Oggi il presidente del Consiglio e il suo esecutivo si presenteranno al Senato per ottenere la fiducia. I numeri, anche dopo lo schiaffo di Denis Verdini e dei suoi, non dovrebbero essere a rischio. Ma sulla testa del presidente del Consiglio pende una spada di Damocle: il possibile referendum sul Jobs Act.

La Cassazione ha già dato il via libera ai quesiti presentati dalla Cgil. Il 10 gennaio dovrà pronunciarsi la Corte Costituzionale e tutti danno per scontato il via libera. A quel punto la Consulta fisserà una data per la consultazione tra il 15 aprile e il 15 giugno. Questo almeno che, nel frattempo, non vengano indette le elezioni.

Matteo Renzi starebbe spingendo in questa direzione. Anche per evitare un referendum che, con tutta probabilità, si trasformerebbe nel “secondo tempo” di quello dello scorso 4 dicembre sulle riforme costituzionali. L’ex premier non può certo permettersi di incassare un’altra batosta su un’altra legge simbolo approvata dal suo esecutivo. Per questo vorrebbe andare al voto il prima possibile.

L’alternativa è quella di modificare le norme in modo di disinnescare la consultazione. Ci riuscirà il governo Gentiloni?

http://www.iltempo.it/politica/2016/12/14/news/matteo-renzi-punta-a-far-cadere-paolo-gentiloni-entro-giugno-per-evitare-il-referendum-sul-jobs-act-1024274/

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L’Analisi – Gentiloni, la vendetta di Renzi per punire il popolo sovrano

L’Analisi – Gentiloni, la vendetta di Renzi per punire il popolo sovrano

mercoledì 14 dicembre 2016 – 11:56

Il governo Gentiloni è tutto ciò che è stato scritto. È un governo “copia e incolla” di quello precedente ? Non c’è bisogno di spiegarlo, basta sovrapporre caselle ministeriali e foto degli occupanti. È un governo debole ? Certo, come prova la figura del nuovo premier del quale – giusto omaggio alla persona – viene sottolineata la mitezza, la buona educazione, il garbo. Che sono qualità, nei tempi che corrono. Anche, come è stato benevolmente rilevato, per svelenire il clima ammorbato della campagna referendaria la cui maggiore responsabilità va ricondotta all’ex capo del governo. Ma – questo è il punto – il nuovo primo ministro non ha alcuna indipendenza politica e autonomia di decisione. E lo ha rivelato un fatto visibile a tutti: non un solo ministro della sua squadra è stato scelto da lui. Nessuno, neppure uno.

I ministri scelti da Renzi, non da Gentiloni

Il  nuovo premier umiliato dal predecessore. Gentiloni ha dovuto prendersi tutti o quasi i ministri uscenti di Matteo Renzi e i pochissimi innesti e spostamenti (imbarazzante il caso Fedeli, irragionevole Alfano alla Farnesina, arrogante la nomina di Lotti, inopportuna quella della Finocchiaro, indecente la promozione della Boschi) sono stati decisi dal suo predecessore.  Così facendo, Gentiloni si è qualificato come un presidente del Consiglio sotto tutela, sprovvisto delle attribuzioni e delle facoltà di un vero premier, per avere rinunciato – o meglio, per essere stato costretto a rinunciare – alla prima delle sue prerogative che è quella di scegliere i componenti del governo, come prevede l’articolo 92 della Costituzione. Li ha, invece, scelti Renzi, uno a uno. Per conferire “premi fedeltà”, per controllare l’esecutivo, per preparare la nuova scalata al partito e alla premiership. E ha passato i nomi a Gentiloni. Va bene: tutti i presidenti incaricati tengono conto degli equilibri tra e nelle forze politiche prima di varare la propria compagine. Ma non c’è mai stata una dipendenza così stretta di un premier rispetto al suo predecessore. Non accadde a Dini con Berlusconi nel centrodestra. Anzi. Ancor meno nel centrosinistra tra Prodi e i successori D’Alema e Amato. Ora, è inelegante dirlo, ma è vero: Gentiloni rischia di essere molto peggio di un avatar di Renzi; si presenta come un mix tra il passacarte e la controfigura. Cambierà ? Lo scopriremo. Ma la sensazione è che sia stato preferito da Renzi perché il più adatto a svolgere questo ruolo, non molto dignitoso. In tutta sincerità: ancor prima del governo fotocopia, ne esce male il nuovo capo del governo. Il quale, a giudicare da questi primi comportamenti, dà l’impressione che uscirà di scena, quando Renzi glielo ordinerà. Anche il suo primo discorso alle Camere per la fiducia è stato scialbo, privo di un orizzonte. Di ordinanza. Tutto teso a rimarcare la continuità col predecessore, a tesserne le lodi.

La Boschi vicepremier di fatto: voi la bocciate ? E io la promuovo

La seconda notazione riguarda Maria Elena Boschi. Nominata sottosegretario alla Presidenza e segretario del Consiglio dei Ministri, è di fatto la vicepremier. Che marcherà da vicino Gentiloni. Lo controllerà a vista. Per conto di Renzi. Del tutto inaspettata, la progressione in carriera della madrina della riforma della Costituzione, bocciata nel referendum del 4 dicembre scorso, ha un significato politico molto chiaro. Al messaggio, duro e forte, di rigetto della “legge Boschi”, che gli italiani gli hanno inviato, “Matteo risponde”: voi bocciate la mia ministra, io la promuovo. Un atto di tracotanza che contraddice le regole essenziali della politica e anche il suo senso profondo. A maggior ragione, se si ricorda che, sia l’ex premier come la ex titolare delle Riforme, avevano annunciato il proprio ritiro dalla vita politica se avessero vinto i No. Che hanno vinto, ma nessuno dei due si è ritirato. Anzi. Renzi si prepara a ricandidarsi quale leader del Pd e candidato premier. E la Boschi diventa il numero due del “nuovo” gabinetto. La terza osservazione: Renzi ha posto il silenziatore al Pd sui risultati del referendum. È abnorme che la direzione del maggiore partito italiano, che si è dato il nomen “democratico”, non ha potuto ancora profferire parola sul No di 19 milioni di italiani. I quali, mica hanno fatto poco: hanno sfiduciato il presidente del Consiglio – che è anche capo del suo partito – costringendolo a dimettersi.

I demoni di Matteo: insofferenza e voglia di rivincita

Nessuna relazione da parte del segretario, nessuna analisi, nessun confronto interno, nessun dibattito. Minoranza pd? Timida. Balbetta. Zero. Incredibile. Perché ?
“Oh, amici miei! – esclamava a volte ispirato – non potete immaginare che tristezza e che rabbia v’invada tutta l’anima quando un’idea grande che venerate da tempo come una cosa sacra, viene colta al volo da gente inetta, che la trascina fuori, nella strada, la passa ad altra gente scema come lei, e voi a un tratto la ritrovate già sul mercato, irriconoscibile, infangata, presentata in modo bestiale, di sghembo, senza proporzioni e senza armonia, come un balocco in mano a bimbi sciocchi. No!”. Forse non c’è spiegazione “psicologica” migliore di queste parole che il grande Dostoevskij mette in bocca al suo Stepan Trofimovic ne “I demoni”. Matteo Renzi non sopporta alcun dissenso, non tollera la critica, non si arrende all’evidenza che ha commesso un errore, neppure se questo è di proporzioni gigantesche, tale da potere stravolgere la vita civile di una Nazione, qual è il cambio di una Costituzione. E – questo è preoccupante – neppure quando te lo dice il popolo, che tu hai chiamato a pronunciarsi. Ha sbagliato il popolo: questo è il pensiero di Renzi. E a modo suo gliela fa pagare. Non si ritira dalla politica, come aveva minacciato. Non fa autocritica, non analizza le ragioni di una sconfitta che resterà scritta nella storia della politica italiana. Prepara la rivincita. Perché lui ha ragione. E vuole dimostrarlo. Sfidando il popolo che lo ha sfiduciato. Vuole punirlo. Nell’attesa vi mando un sostituto, manda a dire agli italiani. Non avete voluto me, vi dò un premier-conte, al mio posto. Quale peggiore punizione per la plebe ? E vedremo presto se il sovrano siete voi popolo o io. Vedremo.

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Renzi, due date sull’agenda
La road map: congresso il 5 marzo per puntare al voto l’11 giugno L’ex premier scrive un nuovo libro e prepara un tour, stile camper
di Claudio Bozza –  14 dicembre 2016
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Un nuovo libro e di nuovo in tour per l’Italia. Davvero tra la gente, pronto a beccarsi anche contestazioni. E non più solo a incontri ed eventi organizzati a favore di telecamere, previo filtraggio dei partecipanti. Sul taccuino di Matteo Renzi ci sono appuntate due date chiave: 5 marzo e 11 giugno. A primavera, infatti, Renzi punta a celebrare il congresso per avviare il percorso delle primarie ed eleggere il nuovo segretario e candidato premier. Mentre all’inizio dell’estate, nei suoi piani, ci sarebbero le urne. Una road map chiara, per tornare alle urne al più presto, ma anche piena di insidie.

Ripartire dalle origini

Per questo Renzi ripartirà dalle origini. O meglio: sarà costretto a ripartire dalle origini. Dopo la batosta del referendum è infatti questo l’unico piano per provare a riconquistare il Pd, di cui ha perso ha di fatto perso il timone la notte del 4 dicembre. Ex presidente della Provincia, ex sindaco di Firenze e, ora, ex premier. Troppi «ex» per il rottamatore che ha bruciato le tappe e che, stavolta, per tornare ad essere un grande leader, non può certo puntare più sulla carta dell’Homo novus. «Devo tornare a fare il vero Renzi», si era (auto) criticato nei mesi scorsi, quando, probabilmente leggendo i sondaggi, si era preoccupato per il marcato calo della sua popolarità. Popolarità che era salita alle stelle nel 2012, quando l’allora sindaco-rottamatore girò il Paese in lungo ed in largo a bordo del camper di «Adesso». Bagni di folla e teatri stracolmi, anche di gente normale e non delle solite facce da partito e suoi derivati. Nonostante quel grande successo di pubblico, preceduto dal lancio del libro Stil Novo, alle primarie contro Bersani arrivò una sonora sconfitta: 40% contro 60%, destino ha voluto fossero gli stessi numeri della débacle del referendum.

Il discorso autocritico

Dopo la batosta di quattro anni fa, solo grazie ad una severa autocritica con il miglior discorso della sua carriera, l’anno dopo Renzi riuscì a conquistare la segreteria del Pd prima e a scalzare Enrico Letta da Palazzo Chigi poi. Anche stavolta, dopo la sonora sconfitta, è arrivata un’altro discorso molto autocritico, con relative dimissioni da premier. Soltanto che da lunedì, invece di abbandonare per un po’ i riflettori come nel 2012, a Palazzo Chigi c’è un governo fotocopia di quello di Renzi. E gli effetti politici, nell’ottica di una ripartenza, potrebbero essere micidiali. Forse il fu rottamatore, davanti alle reazioni delle ultime ore, si è pure pentito. Ma questo non è dato saperlo con certezza.

L’esperienza di governo in un libro

Di certo Renzi ha capito che deve ricostruirsi un’immagine. E così ha deciso di ripartire dalle cose fatte. I 1.017 giorni di governo diventeranno presto un libro, da presentare in giro per l’Italia, tra la gente. Con il camper o a bordo di un altro mezzo ancora Renzi non l’ha deciso. Ma intanto è a già capo chino nella sua villetta di Pontassieve. A scrivere il suo libro più importante, che uscirà a gennaio. E che, oltre alla prospettiva di un colpo di coda, gli garantirà anche una importante risorsa economica. Renzi, infatti, non riceve più alcuno stipendio.

In vista del voto, il leader Pd impone che il governo si occupi di Mezzogiorno e dei giovani

Cambiato l’ordine degli addendi, ma non il risultato. I pochi cambi di poltrone hanno molto a che vedere con Renzi che scalda i motori, dietro le quinte, per la sfida elettorale che verrà. Ha da recuperare consensi, manovrando le mosse della squadra Gentiloni, in fretta, provando a dimenticare un voto che è stato più un messaggio contro i suoi fallimenti che contro una riforma. Perché le promesse mancate si chiamano menzogne, a prescindere dagli altisonanti inglesismi come «Masterplan», l’ambizioso progetto di sviluppo per il Sud.

Matteo Renzi ha letto bene i flussi elettorali. Ha letto che le regioni in cui la gente ha votato in massa No, più che in tutto il resto d’Italia, sono state Sardegna (72,22), Sicilia (71,58), Campania (68,52), Calabria (67,02) e Puglia (67,16). Cioè quel Sud dove è andato più volte negli ultimi due mesi di campagna referendaria che nei due anni di governo, a inaugurare fiere, benedire fabbriche, promettere strade, treni. Persino il ponte sullo Stretto. Quindici Patti e 95 miliardi, dovevano arrivare, per il Sud. Ipse dixit. Ma dire non è bastato, perché c’è stato il referendum, ed è stata la gente a dire no. E così, Renzi-loni si inventa il ministero per il Sud e ci mette il fedelissimo Claudio De Vincenti. Poco importa che sia lui ad aver fatto saltare il tavolo del Contratto istituzionale di sviluppo per l’area di Taranto, in programma per il 12 dicembre, «a causa della crisi di governo». La partita del Sì e del No al referendum è diventata, presto, quella fra gli amici e i non amici, soprattutto nella Puglia di Emiliano, che di Renzi non è mai stato il primo fan. E infatti all’indomani del 4 dicembre non sono arrivati i 50 milioni, fra le altre cose, ai bambini figli dell’Ilva, che tra parentesi è l’altra grande incompiuta di questo governo. Non sono arrivati – e non arriveranno fino a dopo il 2020 – neppure 35 dei 46 miliardi che la legge di Bilancio avrebbe dovuto portare al Sud, perché il governo non ha avuto voce in capitolo per svincolarli dall’Ue.

A De Vincenti, spetterà il compito ingrato di sanare le ferite in quel Mezzogiorno di cui, Renzi, ha fatto moneta di scambio. Ma non sarà il solo, a mettere le toppe alle sconfitte elettorali del segretario Pd. In buona compagnia un’altra new entry, Valeria Fedeli, dalle fila della Cgil a quelle del Miur, per ricucire lo strappo che brucia con milioni di insegnanti in rivolta contro la riforma della «Buona Scuola». Un governo dello storytelling roseo, a cui però hanno detto no 4 milioni e mezzo di giovani e il 73%, dei disoccupati. Sarà per questo che potrebbe saltare la poltrona di Tommaso Nannicini, il bocconiano consigliere di Palazzo Chigi, coautore del flop delle riforme del lavoro col ministro Giuliano Poletti, che resta invece al suo posto. Forse a scottare è quella patata bollente che ora passa a lui, lo spettro di un altro referendum: questa volta sul Jobs Act.

http://www.ilgiornale.it/news/politica/sud-e-scuola-renzi-gi-campagna-elettorale-1342254.html

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Barca: “Renzi si è suicidato, così il Pd in bilico”

L’ex ministro della Coesione sociale nel governo Monti dal 2013 ha iniziato un viaggio tra i circoli dem, denunciando storture e degenerazioni: “Il segretario cambi metodo: non ha saputo fidarsi di nessuno, neanche della sua forza. Più che il congresso occorre una nuova organizzazione. Per non vivere più da separati in casa”

di Giovanna Casadio  – 14 dicembre 2016
ROMA - “Cambiare si può. E Renzi cambi metodo. Impari a fidarsi. Impari che senza il confronto, ti trovi poi un comitato del No. Pensi di avere accelerato e invece ti sei suicidato”. Fabrizio Barca, ex ministro della Coesione sociale, ha viaggiato nei circoli dem, ha denunciato l’arroganza dei capibastone e proposto nuove regole del gioco nel partito. Sulle quali torna ora alla carica: direzione sfoltita da 120 a 15 componenti, un’agenda comune di partito, circoli-palestra. Da adottare prima di andare alla conta delle primarie 2017.

Professor Barca, il Pd ha bisogno di un congresso rapido?
“Più che anticipare il congresso ritengo sia importante cambiare le regole. Cosa che non dico più solo io, ma un documento di Guerini e Orfini. Insisto: fate come volete dal punto di vista congressuale, ma sistemate prima le questioni organizzative”.

Nel Pd si vive ormai da separati in casa?
“Se sei in un’associazione non puoi dare vita a comitati, a raggruppamenti che si combattono per il Sì o per il No al referendum. La logica dei comitati non è sana”.

Siamo alla resa dei conti con la sinistra dem?
“Le rese dei conti si percepiscono nella stessa maggioranza renziana, dove si intravedono tregue, tregue armate. Si è creata una tale lacerazione e una tale mancanza di empatia che non può reggere”.

Renzi quanti errori ha fatto?
“L’errore fondamentale è che non ha saputo fidarsi, sia come segretario che come premier. Non si è fidato neppure della propria forza, la quale gli permetteva di circondarsi di un gruppo che non gli dicesse sempre sì. Non ha costruito un governo collegiale. Ma oggi nessuno può pensare di farcela da solo. Resti in solitudine e questo ti impedisce di cogliere non solo i bisogni, ma anche le soluzioni. Gli errori tuttavia si possono rimediare “.

Insomma c’è un Pd in stato confusionale e sfarinato?
“Un Pd rissoso, con risse fini a se stesse e prive di contenuti”.

Ma lei in quanto tempo pensa vada fatto un congresso?
“Intanto da tutta Italia i circoli hanno mandato proposte al documento Guerini-Orfini di cambio delle regole. È un dovere prenderle in esame, non è a discrezione. Ma c’è tempo da qui all’Epifania per le proposte di aggiustamento organizzativo e cambiamento statutario. Un congresso va fatto con tempi distesi. Sei mesi, anche più. Deve essere lungo abbastanza da fare discutere”.

Alle ultime primarie dem, ci fu un pressing perché lei si candidasse. Lo farebbe ora?
“Non è il mestiere a me più adatto”.

Ma una alternativa a Renzi ci vuole?
“Certo, perché se no, non c’è confronto. In campo c’è Enrico Rossi… ma comunque prima cambiare le regole”.

Vede una scissione alle porte?
“La questione sta nei termini di scissione sì o no da quando la domanda è: a chi appartiene la casa? Questo crea separati in casa. Ma se si discute sulla strategia del Pd per ridurre l’esclusione sociale, lo Speranza e la Boschi di turno troverebbero un 40 per cento di cose che condividono. Dal mio osservatorio territoriale comunque, più che scissioni osservo un lento abbandono”.

Renzi corre veloce perché teme la palude?
“Ha ragione di pensare che partecipare, discutere, trovare un accordo, in Italia siano diventati spesso sinonimi di palude. Ma è possibile combinare il confronto con la decisione. Ricordo che Prodi disse di Ciampi: “Era un uomo che cercava la discussione perché pronto a farsi mettere in discussione”. Questa è la forza della leadership”.

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Renzi “tradito” dalle espressioni. L’ultimo discorso non era sincero

Le Iene hanno fatto analizzare da un esperto il linguaggio del corpo di Renzi durante il discorso a poche ore dal risultato del referendum: “Non credeva a quello che diceva”

L’ultimo discorso di Renzi a poche ore dalla fine del referendum sulle riforme ha fatto in qualche il giro dei telegiornali.

Qualcuno lo ha elogiato per la “signorilità” con cui ha lasciato la poltrona da premier a seguito della sconfitta referendaria. Ha ricordato i suoi successi, ha assicurato che l’Italia è migliore di come l’ha trovata mille giorni fa e tante altre belle parole. Ma era sincero quando le diceva? Non del tutto (guarda il video).

Ieri Le Iene hanno intervistato il dottor Marco Pacori, psicologo psicoterapeuta specializzato in linguaggio del corpo. In sostanza studia cosa dice una persona senza farlo con le parole, ma con le espressioni facciali e la gestualità. Pacori ha così analizzato il video del discorso di Matteo Renzi, affermando che più di una volta non è stato sincero. Sia quando ha elogiato le sue riforme, sia quando ha parlato della monoranza Pd. “Il 97% di quello che trasmettiamo nella comunicazione è prodotto dal corpo”. Anche se non ce ne rendiamo conto.

Il tutto si basa su un sistema neuro-psicologico e dunque ha un fondamento scientifico. Non è matematica, ma sono ottimi indizi. Per esempio, quando Renzi ha detto che il risultato del referendum era “oltre tutte le attese”, si è toccato la giacca. Cosa significa? Era sotto tensione. Poi quando a parlato della campagna elettorale si è bagnato le labbra con la lingua, dimostrando senso di disagio. Nel corso del discorso Renzi ha chiuso le braccia, un comportamento non verbale che avrebbe tradito la sensazione di sentirsi tradito (dagli italiani e dalla minoranza Pd).

La parte più interessante, però, arriva verso la fine del discorso dell’ex premier. Per esempio quando ha detto “viva l’Italia che sceglie”, riferendosi all’alta affluenza alle urne. Quel “viva l’Italia” non era del tutto sincero. Il volto di Renzi, infatti, ha espresso disappunto. Invece quando ha parlato dei leader del No, pur rivolgendo loro i “complimenti”, arricciando il naso ha trasmesso disprezzo. “Tocca a chi ha vinto”, aveva detto Renzi, proporre una nuova legge elettorale. E nel farlo ha trattenuto un impercettibile sorriso che nessuno ha notato se non il dottor Pacori.

Ogni volta che parlava di elettori o compagni di partito esprimeva tensione, disturbo, disappunto. Anche parlando di Mattarella si è sfregato in naso, “dimostrando” di non apprezzarlo fino in fondo. Poi Renzi ha parlato delle sue politiche nei mille giorni di governo. Mentre diceva “Lasciamo la guida del paese con una legge sul terzo settore”, con il corpo avrebbe invece trasmesso il messaggio che in realtà non la considera così buona. Lo stesso ha fatto quando ha citato di quella sulla sicurezza stradale, che “non crede sia efficace”.

“Con la comunicazione non verbale – dice Pacori – contraddice molti punti che esprime a parole. Quindi in realtà quello che dice non è coincidente con quello che mostra con il corpo. È deluso per la mancanza di appoggio del popolo e dei suoi collaboratori”. E sui suoi obiettivi di governo “non li ritiene così esaltanti”. “Dice che il Paese è in buone condizioni – conclude Pacori – ma non è del tutto traquilllo”.

http://www.ilgiornale.it/news/politica/renzi-tradito-dalle-espressioni-lultimo-discorso-non-era-1342404.html

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