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“Il futuro è di tutti, ma è uno solo” / recensione al libro di Valeria Fedeli

futuro valeria
Vincenzo Pascuzzi on 23 dicembre 2016 - 8:18 in Rassegna Stampa

Occorre costruire insieme un futuro possibile che veda il mondo del lavoro per quello che è, un luogo di vita, di progetto, di crescita, di sviluppo. Ciascuno il suo ruolo, ciascuno le sue responsabilità, ciascuno i suoi diritti e doveri, senza barricate pregiudiziali.

Il futuro è di tutti, ma è uno solo

di Valeria Fedeli – 2010 *

 

Il futuro è di tutti, ma è uno solo. Dobbiamo condividere quanto più possibile le scelte che lo determinano, dobbiamo prendercene cura insieme.

Questa frase, venuta fuori istintivamente nel preparare un discorso, non ricordo più quale, è diventata la cornice, oltre che lo slogan, che ha accompagnato tutto il mio lavoro di questi anni. La storia che mi onoro di rappresentare ci offre una consapevolezza preziosa del ruolo di equilibratore sociale che ha il sindacato, e però chiede di introdurre nuove radici nel presente e di guardare avanti.

E se guardiamo davvero avanti, in modo lucido e non condizionato, ci accorgiamo con più facilità che gli sguardi si incontrano, in quel punto dell’orizzonte che unisce i destini individuali.

I percorsi di vita di ciascuno, e di ciascuna comunità – di interesse, territoriale, di bisogni e aspirazioni, di abitudini e vissuti – seppur talvolta paralleli e qualche altra con i paraocchi, fluiscono verso lo stesso tempo, e questo tempo è il futuro.

Ecco perché dico che del futuro dobbiamo prenderci cura insieme. È il tempo di unire, di realizzare i continui auspici del Presidente Napolitano, di prendere fiato, di ritrovare le regole del convivere, a tutti i livelli, e riscoprire il piacere di sentirsi comunità, almeno in qualcosa, non solo durante i mondiali di calcio.

Giustizia sociale intesa come effettiva presenza di pari opportunità, assenza di discriminazioni, sostenibilità, responsabilità sociale ed ambientale, e poi merito, rischio, formazione, competitività: non c’è uno spazio di battaglia tra pacchetti valoriali contrapposti, non più, non se si vuole essere efficaci nel rispondere alle domande che la società pone, nel suo insieme e distinguendo in essa le esigenze differenti ma complementari che presentano le comunità multiple cui ciascuno di noi appartiene, tra i quali i soggetti di impresa e i lavoratori.

Serve invece una politica consensuale, che promuova un nuovo patto fiscale che ricostruisca un corretto rapporto tra cittadini e istituzioni; che adotti una equa politica redistributiva; che faccia investimenti infrastrutturali, materiali e immateriali; serve una pubblica amministrazione efficiente e al servizio delle imprese e dei cittadini; servono politiche di innovazione e investimenti in ricerca, rilancio dell’industria, della sua internazionalizzazione e qualificazione, per creare valore aggiunto e occupazione di qualità.

Qualche anno fa, credo fosse la primavera del 2007, in un articolo sul «Sole», Daniele Marini, sociologo dei processi economici e del lavoro, ha scritto che serve un nuovo racconto dell’industria. La frase mi fece riflettere, scrissi una risposta, rilanciai, e torno a farlo.

Credo serva qualcosa di più: serve un nuovo racconto dell’insieme del mondo del lavoro, capace di costruire prospettive per il paese comuni all’interno delle quali, poi, contrattare e (ri)distribuire.

Un nuovo racconto che si intreccia con la nuova grammatica civica di cui ho parlato, che si lascia ispirare dal made in Italy per rilanciare l’innovazione, che rende la società più giusta, con tutele che si adattano alle persone e più spazi per donne e giovani.

Un racconto, quello dell’Italia fondata sul lavoro, la cui necessità sfida tutti i soggetti di rappresentanza e di governo, per ricostruire la propria credibilità e utilità sociale, segnalate ai minimi storici da innumerevoli ricerche.

È il modo per rilanciare le regole comuni del mondo del lavoro così come degli altri spazi sociali condivisi. È il modo per ridurre le fratture tradizionali, quelle cui siamo abituati, quelle che hanno prodotto lotte sane e risultati stabili, ma non più efficaci a spiegare e rendere giusto il presente. È il modo per separare la distanza tra le generazioni di lavoratori la cui vita scorre incrociando esperienze e appartenenze frammentate, mai esclusive, che non possiamo considerare conflittuali.

Si lavora e si fa impresa, si svolge una libera professione e ci si inventa un impiego, nello stesso momento, nello stesso paese, con lo stesso futuro davanti: diamoci una visione comune – che unisca le parti più responsabili e innovative di tutti i segmenti del mondo del lavoro – diamoci un racconto e una grammatica condivisa, diamoci percorsi di azione collettivi.

Le rappresentanze, ovviamente, restano separate, autonome – così come autonome devono essere, reciprocamente, dalla politica e dal governo –, conflittuali, anche, per fasi, ma non pregiudizialmente antagoniste. Le relazioni sociali, politiche e industriali devono trovare la forza, oggi più che mai, per ragionare insieme, per produrre accordi al rialzo e non solo mediazioni al ribasso. Occorre costruire insieme un futuro possibile che veda il mondo del lavoro per quello che è, un luogo di vita, di progetto, di crescita, di sviluppo. Ciascuno il suo ruolo, ciascuno le sue responsabilità, ciascuno i suoi diritti e doveri, senza barricate pregiudiziali.

 

*Valeria Fedeli

“Il futuro è di tutti, ma è uno solo. I cambiamenti del mondo vissuti da una sindacalista pragmatica”

pagg. 151, 152, 153

Ediesse 2010

http://www.valeriafedeli.it/wp-content/uploads/2014/12/Il-Futuro-e-di-tutti-ma-e-uno-solo-Valeria-Fedeli.pdf

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Il futuro è di tutti, ma è uno solo: recensione al libro di Valeria Fedeli

http://www.filctemcgil.it/images/stories/flexicontent/news/la_stampa_ne_parla/fedeli.pdf

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