L’Asasi furiosa, associazione di scuole autonome della Sicilia, si è scatenata contro il direttore generale dell’Ufficio scolastico regionale per la Sicilia, perché, applicando la nuova normativa in merito alla cessazione dal servizio, avrebbe “stabilito” il “pensionamento coatto” dei presidi. Ma non è affatto vero. Maria Luisa Altomonte, direttore generale dell’U.S.R. per la Sicilia, così come hanno fatto i direttore generali degli Uffici scolastici regionali delle altre regionl, ha soltanto applicato la legge e ha dato seguito, né avrebbe potuto comportarsi altrimenti, alle disposizioni impartite, con apposita circolare (con all’oggetto “D.M. n. 97 del 20 dicembre 2012 – Cessazioni dal servizio dal 1° settembre 2013 – Trattamento di quiescenza – Indicazioni operative”), dal direttore generale del Miur Luciano Chiappetta. Ma i presidi, tra i quali ci sono coloro che addirittura sono in regime di proroga (e basterebbe soltanto questo per legittimamente dire che l’elezione democratica del preside non è affatto una baggiata, che sta nella mente di qualcuno che magari si comporta da preside-padrone, ma si tratta della soluzione di un problema che tanto danno e discredito a causato al sistema dell’istruzione e della formazione), non vogliono lasciare la “poltrona”, comoda e alquanto ricca, assumendo a pretesto la “volontà” (di chi?, del ministro?, del direttore generale del Miur?, del direttore generale dell’Usr?, o si tratta di quanto è stato sancito da norme di legge?) “di insediare già il 1° settembre del 2008 i vincitori del concorso del 2008 e i candidati bocciati, ma recuperati, del concorso del 2004”.
Si tratta del concorso, quello del 2004, annullato dal CGA della Sicilia per vizi insanabili e risuscitato dall’intervento miracoloso della legge 202/2010 (la cosiddetta “legge Siragusa”), che potrebbe ritenersi incostituzionale, ma, guarda caso, è stata sostenuta come legittima da qualcuno (dirigente dello Stato, presidente di un Consorzio di scuole statali, qualificatosi rappresentante regionale e nazionale di un’associazione di presidi, che è tra i firmatari dell’articolo pubblicato su “La Letterina” dell’Asasi, n. 353, 28 febbraio 2013, p. 6). Si tratta di qualcuno che peraltro ha rivolto all’ora presidente del CGA della Sicilia espressioni del tipo “il presidente Riccardo Virgilio è stato fermato nella sua corsa giustizialista”, “il concorso a preside cassato in Sicilia dalla pervicacia e dalla ostinazione sospetta del presidente del CGA Sicilia Riccardo Virgilio”, il “teorema Virgilio”, “scassata macchina giudiziaria”, “insipienza e incompetenza della burocrazia amministrativa”, ecc. Eppure, la legge 202/2010 potrebbe ritenersi incostituzionale per “palese violazione dei principi costituzionali che vietano al Parlamento di legiferare su questioni definite dalla magistratura con sentenza definitiva, poiché tale fatto determinerebbe una inammissibile ingerenza del potere legislativo nelle prerogative e competenze affidate all’organo giudiziario”; “quindi illegittima per violazione del principio di intangibilità del giudicato”, che “costituisce uno dei cardini del nostro ordinamento costituzionale, in quanto rivolto”, al contempo, “ad assicurare il valore essenziale della certezza del diritto nei rapporti tra i consociati e nei confronti dei pubblici poteri”, nonché “a garantire l’attuazione del principio della separazione dei poteri” (così nel parere “pro veritate” del prof. Giovanni Gazzetta, dell’Università di Roma “Tor Vergata”; sul “principio di “intangibilità del giudicato” si è espressa la giurisprudenza costituzionale).
Ebbene, il gruppo dell’Asasi furiosa ha addirittura motivato la “volontà” dei presidi di non andare in pensione, peraltro in violazione del D.M. n.97/2012, e delle norme di legge, proponendo addirittura la bufala della “validità triennale” della graduatoria dei vincitori del concorso a dirigente scolastico, cosicché “i nuovi presidi si sarebbero potuti assumere scaglionati nel triennio, anche affidandone il tirocinio a presidi esperti che invece vengono pensionati” (e che magari sono stati condannati per comportamento antisindacale, compreso il pagamento alle spese di giudizio, in definitiva gravato sullo Stato, e che si sono comportati da presidi-padroni in modo tale da sgretolare quella compattezza di collaborazione, assolutamente necessaria, nell’ambito della scuola). E inoltre, guarda caso, chiedono di conoscere “i risultati dei monitoraggi Invalsi” (che ha invaso le scuole e che è assolutamente respinto dai docenti) “sui livelli di apprendimento degli allievi, nelle scuole in reggenza” (magari affidate a loro in reggenza) “per verificare se sono in linea con le scuole che hanno un preside titolare” (uno di loro, al quale magari è stata affidata una scuola, o ne sono state affidate due, in reggenza, ovviamente ottenendo un personale guadagno, oltre allo stipendio, chiamiamolo aggiuntivo, stipendiale, compresi i 5% dei finanziamenti dei Pon – 85.000 o 65.000 euro – e, se finanziati, quale che si la cifra, dei Por, più indennità di fascia e di risultato).
Appare, quindi, di tutta evidenza, derivante proprio dal loro lapsus freudiano, l’importanza del preside democraticamente eletto (per la durata di tre anni, eventualmente seguita, se di nuovo eletto, da un secondo mandato anch’esso di tre anni; oppure per un unico mandato della durata di sei anni), con grande risparmio per lo Stato, che con quei soldi potrebbe assumere il personale precario. Oltre a evitare la disastrosa situazione che è venuta a crearsi in Puglia (direttore generale dell’Ufficio scolastico regionale il Ruggiero Francavilla che ha centellinato col contagocce l’accesso agli elaborati degli ammessi alla prova orale del concorso a d.s., partendo da due e aggiungendone poi altri otto, perché, a seguito di un ricorso, c’è stato un intervento della Commissione per l’accesso ai documenti amministrativi presso la presidenza del Consiglio dei ministri, ma tuttora inadempiente dato che la Commissione ha precisato, rispondendo a un’altra richiedente, che si ha il diritto ad avere tutti gli elaborati dei candidati ammessi alla prova orale) sui licenziamenti degli immessi in ruolo (un centinaio di docenti e personale Ata) per far posto ad altrettanti vincitori di ricorsi.
Con i presidi democraticamente eletti, nessuna scuola rimarrebbe priva di preside. E la questione “accorpamenti”, considerando il forte risparmio di spesa (“risanamento pubblico”) derivante dall’adozione del preside democraticamente eletto, troverebbe una soluzione là dove vengono indicate scuole senza preside e senza “direttore amministrativo” (Polibio lo dice all’Asasi: si tratta di direttore dei servizi generali e amministrativi, dsga, anche perché se si trattasse di “direttore amministrativo”, aspetto che non dispiacerebbe, sarebbe un ulteriore buon motivo per la non esistenza del dirigente scolastico).
L’articolo, nell’ordine, di Roberto Tripodi (che è presidente regionale dell’Asasi, associazione di scuole autonome), Salvatore Indelicato (che dell’Asasi, associazione di scuola autonome e che a Catania è presidente di un Consorzio di scuola), Giusi Buccola, Maria Mendola, Roberta Sirena (del comitato di redazione de “La Letterina” dell’Asasi) e Adriana Buongiorno, si conclude con un “la paura di contenziosi non può guidare le scelte dell’Amministrazione … e “la debolezza dell’Avvocatura dello Stato nei ricorsi amministrativi non può costituire indicazione per le scelte ministeriali”, dimenticando che l’Avvocatura dello Stato difende, con professionalità e impegno, quei presidi che si comportano da presidi-padroni, che operano con comportamento antisindacale, che, forse per incompetenza parziale (o forse anche totale), violano le norme di legge e pertanto, purtroppo per loro, risultano perdenti, e condannati dalla magistratura. Se poi qualcuno ci saprà dire chi sono i cosiddetti “presidi siciliani più esperti”, dalla cui perdita per pensionamento potrebbe derivare l’assestamento del “colpo di grazia a una scuola statale siciliana che è già sull’orlo del collasso”, ne prenderemo atto; ma purtroppo per coloro che sono interessati a restare seduti sulla sedia comoda e ricca di una scuola, saranno obbligatoriamente collocati in pensione a decorrere dal 1° settembre 2013, perché, evidentemente, si tratta di personale che, alla data del 31.08.2013, compie 65 anni di età e/o ha maturato il requisito di anzianità contributiva non inferiore a 40 anni entro il 31 dicembre 2011. Come, peraltro, è già accaduto, con sentenza del Tar, per i ricercatori universitari.
Certamente sarà, anzi sin da ora lo è, un duro colpo per i presidi che hanno raggiunto l’età e/o il requisito di anzianità contributiva (e ci sono anche i già prorogati) e che vorrebbero permanere a “tempo indeterminato” in servizio. Soprattutto se si tratta di presidi di scuole di prima fascia e dal positivo risultato (ma ci sono dirigenti scolastici il cui risultato è stato negativo?), quindi con maggiori emolumenti, soprattutto se si è presidi di scuole con Pon e Por, se c’è qualsiasi forma di interesse per quanto concerne le gite scolastiche, se si è presidi e anche presidenti di consorzi di scuole e/o di associazioni di scuole consorziate (nelle cui scuole, o in altre scuole di presidi consociati, gestite dal consorzio o dall’associazione di cui sono presidenti, sono da anni attivati corsi di preparazione a concorsi, di formazione, di aggiornamento, dalle quote pagate dagli iscritti e frequentanti), e dal loro pensionamento deriva la perdita della carica di presidente e di organizzatore (e con essa la perdita dei compensi per l’attività svolta, che quando non viene retribuita è stata ricompensata col rimborso delle spese di vitto, di viaggio, di alloggio e di ulteriori spese sostenute, modalità che deve essere documentata da fatture e da ricevute, necessarie ai fini del bilancio e delle verifiche ispettive da parte di funzionari ministeriali o da parte della finanza).
E la smettano di confondere la spesa per le pensioni con quella ben più alta a carico dello Stato per continuare a mantenerli in servizio nonostante abbiano, addirittura anche ampiamente, maturato i requisiti previsti dalle norme vigenti per il loro collocamento in quiescenza. Dal loro collocamento in quiescenza deriva lavoro per tanti docenti e non docenti disoccupati, dato che lo Stato risparmierebbe parecchio. E la smettano di dire che è “incomprensibile” e che “sembra una scelta suicida aumentare esponenzialmente il numero dei docenti di sostegno precari”, “aumentare gli esoneri per gli psicopedagogisti, per i fruitori della legge 104, per i permessi per il diritto allo studio, per gli assunti come Co.Co.Co., per gli pseudo assistenti tecnici inseriti a vagonate nelle scuole fuori organico e a carico dell’Erario a far niente”. Si tratta di una questione di rispetto nei confronti di chi, con riferimento agli alti introiti che da diverse fonti affluiscono nelle tasche dei presidi che pretendono di permanere in servizio, percepisce mensilmente, mediamente, ma soltanto se è retribuito per dodici mesi l’anno, magari meno di un quarto di quanto percepisce ciascuno di loro; comunque, non si tratta di psudo presidi che invece di essere a scuola, e di andarci ogni giorno alle 8, si trovano altrove, magari in un’altra scuola, occupati nei corsi di preparazione a concorsi, di formazione e di aggiornamento, pertanto in attività in conto terzi perché a pagare sono gli iscritti e i frequentanti.
Polibio
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