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Italia , 14/03/2010
Maurizio Parodi "La scuola che fa male".
Recensione di Antonio Vigilante.

di V.P.

Maurizio Parodi, La scuola che fa male, Liberodiscrivere edizioni, Genova 2009. Recensione di Antonio Vigilante.

Nonostante le apparenze, la nostra società ha ancora una fiducia smisurata nella scuola. Dei genitori che si rifiutassero di mandare i figli a scuola sarebbero unanimemente considerati dei pessimi genitori; se i figli sono in età di obbligo scolastico, il loro comportamento è anche penalmente perseguibile. Della crisi della scuola si parla apertamente, ma quasi mai lo si fa mettendola radicalmente in discussione. I sintomi della crisi sui quali ci si sofferma sono quelli che permettono di giungere a soluzioni tutto sommato rassicuranti. Se la scuola è in crisi perché gli studenti compiono atti di bullismo, riprendono le loro gesta poco eroiche e le pubblicano su Internet, gloriandosi della propria pochezza, allora la soluzione è semplice: basta più autorità, basta il cinque in condotta, basta tornare ai vecchi tempi, quando si faceva lezione con la pedana sotto la cattedra. Ma se i sintomi della crisi fossero altri? Se badassimo, piuttosto, al malessere dei bambini e degli adolescenti? I dati sul suicidio degli adolescenti sono assolutamente preoccupanti. Non riguardano la scuola? Sappiamo che molti bambini hanno problemi psicosomatici legati al disagio scolastico. Questo non è un sintomo? Sì, è un sintomo: ma generalmente lo si considera sintomo di un problema individuale. Se il bambino ha mal di pancia, se urina di notte, se vomita al solo pensiero di andare a scuola, è un problema suo. Se poi a scuola si muove troppo, non è una reazione sensata all'insensata immobilità cui i bambini sono costretti per ore ed ore nelle aule scolastiche, ma si tratta di sindrome da iperattività, da curare con i primi psicofarmaci. Una volta cresciuto, altri psicofarmaci prenderà per mettere a tacere il disagio causato dall'ambiente di lavoro. Perché le strutture non vanno messe in discussione – del resto, viviamo nel mondo capitalista, il migliore dei mondi possibili. Se qualche problema c'è, è degli individui, che si ostinano ad essere infelici nonostante le felicissime condizioni sociali ed economiche.
Ne La scuola che fa male Maurizio Parodi parte invece da questi sintomi per mostrare la sostanziale insensatezza della scuola, così come è organizzata oggi. A cominciare dagli spazi e dai tempi. Le aule scolastiche, per lo più asettiche e fatiscenti, sono organizzate in funzione della mera trasmissione di informazioni dal docente agli studenti, oltre che delle necessità di sorveglianza e di controllo che fanno aggio sulla possibilità di confronto autentico e di comunicazione aperta. E' una organizzazione degli spazi che da gran tempo la riflessione pedagogica considera inadeguata ai fini educativi della scuola (si pensi a Dewey ed alla nostra Montessori), e che tuttavia sfida i decenni e non pare porre alcun problema a insegnanti, genitori, ministri. La stessa rigidità caratterizza i tempi scolastici, che organizzano la vita dell'istituzione secondo logiche che rispondono ad esigenze di organizzazione razionale, più che ai bisogni degli studenti. Più grave è la rigidità mentale che la scuola trasmette e crea negli studenti. Attraverso il sapere il mondo, che è complesso e interconnesso, viene fatto a pezzi e ricomposto secondo i criteri di una razionalità lineare che semplifica, ordina, astrae: e tenta di dominare una natura che ha separato dall'uomo come l'oggetto conosciuto dal soggetto conoscente. E' una conoscenza codificata e sintetizzata nei manuali di testo, che offrono agli studenti una visione del mondo già confezionata, alla quale non resta che adeguarsi. Chi non si adegua è condannato all'insuccesso scolastico. Il quale è un male che va curato con la ripetuta somministrazione di quello stesso insegnamento che ha fallito una prima volta. Che il recupero consista “nella ulteriore, prolungata esposizione al medesimo stimolo” (p. 61) è per Parodi uno dei “postulati occulti” della scuola. E' facile constatarlo. Vi sono scuole che registrano da anni un livello altissimo di insufficienze in alcune classi, e tuttavia non avvertono la necessità di apportare il minimo cambiamento nella didattica: lo studente che non ottiene gli obiettivi viene respinto, e se ciò non dà i risultati sperati, lo si respinge una volta ancora. Il principio è che lo stimolo, per usare il termine di Parodi, è indiscutibile; ciò che va messo in discussione è il suo destinatario. In qualsiasi altro campo, un ripetuto fallimento costringerebbe a rivedere il metodo di lavoro. Non così a scuola. Se si prende qualche provvedimento, è esteriore, non sostanziale. Si potrà, ad esempio, fare un progetto pomeridiano per favorire la motivazione degli studenti meno interessati e con i voti più bassi, lasciando però immutata la didattica al mattino. Il docente che da dieci anni ottiene risultati insoddisfacenti con la metà dei suoi alunni potrà continuare a far lezione senza cambiare nulla (senza che nessuno lo costringa a cambiare nulla: non è escluso, anzi, che molti lo apprezzino per il suo rigore), ma i suoi alunni peggiori potranno fare un corso di teatro o di danza per provare meno risentimento nei confronti della scuola. Con risultati facilmente immaginabili.
Le pratiche didattiche risentono della esigenza di razionalità che impronta di sé tutta l'istituzione. E' così che la lettura, che è uno dei piaceri della vita, diventa il sezionamento rigoroso – e noiosissimo – del testo scolastico, inseguendo il mito di una comprensione totale che distrugge quel tanto di intimo e finanche di misterioso che c'è nell'approccio al testo e costituisce in gran parte il piacere della lettura, mentre la scrittura si riduce a quell'esercizio solipsistico che è il tema in classe, un ragionamento rivolto a nessuno su un argomento imposto, una attività il cui unico significato inevitabilmente sarà quello di ottenere un buon voto, mentre molte altre cose, più sensate e costruttive, si potrebbero fare con le parole.
Della scuola, dunque, Parodi evidenzia e denuncia la rigida razionalità burocratico-istituzionale, la trasmissività che spegne la creatività, la chiusura dogmatica, la mancanza di una autentica comunicazione, l'omologazione e la ritualizzazione del sapere, oltre alla incapacità di funzionare come “ascensore sociale” (p. 63). Nulla che non sia già stato detto da Illich o Freire, da Freinet o Danilo Dolci: ma è importante dirlo nuovamente, e con la chiarezza di Parodi, in tempi nei quali le più raffinate e appassionate riflessioni pedagogiche vengono messe fuori gioco da una rozza logica che, col pretesto di ripristinare una mitica serietà ed autorevolezza della scuola, la rende ancora più escludente ed autoritaria.
Quale l'alternativa? Non, per Parodi, una scuola che sostituisca il rigido controllo burocratico e l'autoritarismo con il lasciar fare, che in fondo vuol dire “abdicare al proprio ruolo di adulti educatori, abbandonando soggetti deboli all'istinto e alle convenzioni, alle lusinghe e alle violenze di un ambiente anche molto insidioso”, ma quello di lasciar essere, creando un clima di accoglienza “che metta gli studenti in condizioni di poter rischiare, che stimoli a osare”; citando Anna Maria Piussi, aggiunge che il modello può essere quello della relazione materna: “una relazione amorosa, che dà la vita e permette di crescere, di andare avanti; l'esatto contrario della relazione di controllo che deve codificare l'altro” (p. 84). Ma la relazione materna resta una relazione fortemente asimmetrica, nella quale ci sono un soggetto debole (quale è per Parodi lo studente) ed uno forte che rassicura e sostiene, esercitando un forza (che è la capacità di crescere e far crescere) che può diventare violenza (che è il crescere-sopra). Marcello Bernardi ricordava (in Educazione e libertà) che la madre può diventare Madre, soffocando il figlio con le sue aspettative di successo e gli obblighi derivanti dai suoi terribili sacrifici di Madre. Può esserci una violenza anche nell'amore, quando si tratta di un amore tra soggetti che sono su piani diversi ed è legato ad una qualche richiesta, dalla quale l'amore stesso finisce per essere condizionato. Il docente-madre resta inevitabilmente il possessore di una qualche verità, cui lo studente-figlio dovrà adeguarsi. Un passo oltre verso una scuola creativa lo si compie pensando ad una comunicazione priva di gerarchie, completamente orizzontale, tra persone legate da quell'amicizia che si crea tra persone che si impegnano insieme in un'impresa importante. Gruppi guidati da un docente-facilitatore, il cui compito sarà quello di motivare, stimolare, favorire la creatività e la ricerca delle conoscenze e dei valori, conquiste quotidiane del gruppo e non pezzi di un programma ministeriale da ingerire a dosi già fissate, per conseguire obiettivi (spesso fantasiosi) determinati con un procedimento più burocratico che razionale.

M. Parodi, La scuola che fa male, recensione di Antonio Vigilante, in Educazione democratica(http://www.inventati.org/educazionedemocratica), 30 novembre 2009.

http://www.inventati.org/educazionedemocratica/recensioni_parodi.html


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