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palermo , 05/12/2008
MANIFESTO PER LA SCUOLA

di Biblioteca Delle Donne UDIPALERMO

Ciò che sta avvenendo in questi giorni nella ed intorno alla scuola pubblica, più che un conflitto politico su differenti concezioni dell’educare, appare come una grave forma di esercizio di potere. Un potere che sembra voler portare a compimento il processo di precarizzazione del lavoro -e delle vite- che è stato condotto in questi anni. Questo processo, infatti, cerca oggi la sua logica e compiuta conclusione nella de-qualificazione e nello stravolgimento dell’attuale sistema formativo, con la conseguente trasformazione della scuola in luogo specifico di formazione alla precarietà.
Per questo proviamo grande preoccupazione per il mutamento che tali misure determineranno nella scuola pubblica, in particolare nella scuola “delle maestre”. Ci preoccupa non tanto -o non solo- perché questa modificazione danneggerà soprattutto donne: unico non sarà, infatti, il maestro ma la maestra, visto che la presenza femminile in questo ramo della formazione è quasi esclusiva, intorno al 95%. Ma ci allarma, in primo luogo, perché siamo convinte dell’importanza di questa scuola e non solo perché da tante parti se ne riconosce l’eccellenza. Pensiamo, infatti, che la scuola primaria rappresenti il punto di partenza indispensabile per la formazione delle giovani generazioni: è sulle basi costruite dalle maestre che si fonda tutto l’apprendimento scolastico, è su quella costruzione che si rende possibile il percorso formativo di ragazze e ragazzi.
La straordinaria ampiezza del movimento attuale -dalla primaria all’università- sembra proprio rappresentare, simbolicamente, il legame concreto che unisce tutti i segmenti dell’istruzione che oggi si percepiscono ugualmente a rischio. Ed è significativo che le/gli studenti nel movimento “in difesa della scuola” vedano nello smantellamento del sistema scolastico pubblico e nella mortificazione della formazione, della cultura e della ricerca un danno gravissimo per il loro futuro. Questa necessità di riappropriarsi della cultura che la scuola rappresenta è tanto più significativa se pensiamo alla sistematica svalorizzazione del sapere, della ricerca, della cultura che ha segnato, per più di un decennio ormai, la incultura dominante del modello televisivo.
Non crediamo, tuttavia, che le ragioni del pericolo che tutta la scuola pubblica corre oggi risiedano nell’inesistenza di qualsiasi impianto pedagogico alla base dei provvedimenti governativi -si è detto da più parti che non di riforma si tratta ma di tagli di spesa-. Riteniamo, piuttosto, che questi provvedimenti, nella loro forma di “ritorno al passato” –grembiulino, voto e cinque in condotta- rappresentino l’altra faccia di quell’idea di modernità sempre più deregolamentata che porta a compimento il discorso pedagogico “ufficiale” da anni perseguito nel nostro paese, un discorso che punta a sovvertire il senso dell’educare in nome di principi del tutto estranei al contesto formativo: la produzione, il mercato, la competitività, la formazione come merce, l’autonomia e l’aziendalizzazione dell'istruzione che oggi il governo intende ulteriormente sviluppare.
Per farlo, ha bisogno di insistere sul de-finanziamento e sulla svalorizzazione della scuola pubblica e, insieme, su una doppia strategia: da un lato mancanza di considerazione per il personale della scuola, screditato e additato come “superfluo” per rendere accettabile, all’opinione pubblica, la riduzione di qualità che inevitabilmente farà seguito alla riduzione di personale; dall’altro il meccanismo premiale, l’idea meritocratica che periodicamente ritorna come risposta approssimativa e distorta alla necessità di remunerare in maniera adeguata le/i docenti e alla mai seriamente affrontata questione del che cosa significhi valorizzazione e qualificazione della professionalità per tutte/i coloro che insegnano.
Per noi, oggi, il senso delle mobilitazioni è allora ancora fortemente orientato dalla volontà di determinare una discontinuità rispetto all’idea di scuola sviluppata, a livello istituzionale, nell’ultimo decennio.
Se è vero, però, che l'attuale sistema scolastico è tuttora migliore di quello che potrebbe diventare dopo il trattamento Moratti-Gelmini, è pure vero che da molto tempo questo stesso sistema ha bisogno di un cambiamento credibile e che la scuola che effettivamente, nel quotidiano, in questi anni è stata capace di sperimentare, costruire nuove esperienze e sollecitare riflessioni, la scuola buona che c’è e di cui la “scuola delle maestre” rappresenta un esempio, raramente è riuscita a rendere evidente quanto di positivo si fa e si continua a fare.
Per questo pensiamo che occorra:
• continuare ad esserci in prima persona senza delegare a nessuno la necessità di contrastare un modello di scuola che non ci corrisponde;
• far sì che le buone pratiche pedagogiche e le esperienze di scuola viva diventino sapere, così che ne sia riconoscibile il valore e possano costituire il punto di partenza di un discorso e di un confronto pubblico capace di restituire dignità, centralità e spazio politico alla scuola;
• inventare mosse che sappiano contrastare, dentro e fuori la scuola, l’impoverimento dei saperi, l’incremento delle disparità e dell’ingiustizia sociale nell’istruzione, l’inserimento di interessi privati nella scuola e nell’università, ma anche l’assuefazione al degrado della civiltà delle relazioni sociali, culturali, di accoglienza e riconoscimento dell’altra/o perché, in contrasto con la proposta sulle classi separate per le piccole ed i piccoli immigrati, pensiamo, con Virginia Woolf, che “l'educazione dovrebbe sottolineare e accentuare le differenze, invece delle somiglianze" (Una stanza tutta per sé)



Alcuni punti per un MANIFESTO PER LA SCUOLA che vogliamo condividere con altre/i … e da continuare

Il sapere è un bene comune e da condividere.
La scuola è spazio pubblico di relazione dove ci si incontra e si mettono in comune esperienze e conoscenze diverse
La relazione è l’elemento essenziale alla base di qualunque apprendimento
L’apprendimento ha bisogno di tempi distesi
Nell’esperienza educativa, iniziativa e responsabilità qualificano l’agire libero
La conoscenza, il sapere sono condizione della nostra libertà

PIÙ SCUOLA perché tutte/i possano acquisire saperi basilari (non minimi, né essenziali)
PIÙ SCUOLA perché una comunità senza cultura è una comunità che si può controllare e condizionare
PIÙ SCUOLA per fare vivere la democrazia
PIÙ SCUOLA per potere trasmettere alle nuove generazioni non solo patrimoni di conoscenze e saperi, ma cultura della cittadinanza, pratica del confronto e della relazione con l’altro/a, senso libero di sé
………


Mariella Pasinati
Daniela Dioguardi
Emi Monteneri
Anna Pagano
Maria Concetta Sala
Francesca Traìna
(Biblioteca Delle Donne UDIPALERMO)


Per contattarci: nicchitta.pasinati@tin.it


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