In qualità di “esperta dell’età evolutiva” porterò come contributo a questa assemblea il tema della centralità del bambino. Partiamo da queste riflessioni: cosa serve al bambino per crescere? cosa serve per formare un individuo? Che ruolo ha o deve avere la scuola all’interno di questo processo? Perché giudico questa riforma negativa, in riferimento ai punti che voglio trattare?
Analizziamo ora alcuni aspetti.
A) ANTICIPO SCOLASTICO
Comporta la possibilità di accedere alla scuola primaria a 5 anni e mezzo e anche di posticipare l’accesso fino a quasi sette anni, determinando una possibile differenza di età fino a 20 mesi tra bambini della stessa classe.
Parlare dello sviluppo del bambino è fondamentale per poter esprimere un parere al riguardo; infatti questo deve essere il riferimento forte per qualunque riforma o modello di scuola di cui si voglia discutere. Questo sviluppo segue precise tappe evolutive. Da 3 a 6 anni: è un momento preciso e necessario dello sviluppo – si creano le premesse/pre-requisiti per l’apprendimento scolastico; per Piaget, questa fase corrisponde al periodo dell’intelligenza pre-operatoria. L’accesso alla scuola elementare richiede che il bambino sia pronto per imparare a leggere, scrivere, contare e stare per molte ore in un ambiente sociale, la classe, che richiede anche l’acquisizione di presupposti sul piano del comportamento sociale, delle capacità relazionali, dell’attenzione, del rispetto delle regole, dell’autonomia nel lavoro.
Questi pre-requisiti si situano quindi a vari livelli:
------ psicomotorio
------ linguistico/cognitivo
------ relazionale/sociale
In particolare potremmo sottolineare, tra i prerequisiti più importanti per l’apprendimento, lo sviluppo delle funzioni cognitive/mentali (in specie la funzione simbolica) e del linguaggio espressivo, nonchè l’acquisizione delle funzioni psicomotorie operative all’interno di un buon equilibrio psico-affettivo.
Alcuni fattori psicomotori di base per l’apprendimento sono:
- l’acquisizione dello schema corporeo, della lateralità, di un orientamento almeno egocentrico (quello decentrato avviene tra 6 e i 7 anni)
- un buon coordinamento occhio-mano e un’adeguata manualità fine
- l’organizzazione spaziale (essenziale per il grafismo)
- l’organizzazione temporale (i grafemi si succedono anche secondo una sequenza temporale - prima/dopo etc.)
- il controllo posturale (l’azione dello scrivere richiede una buona postura, la capacità di mantenerla per un certo tempo, l’assenza di eccessive contrazioni e una buona regolazione tonica
- la dissociazione mano/dita – polso - spalla
- una buona capacità d’attenzione e concentrazione (anche questo è un fattore
legato allo sviluppo psicomotorio del bambino).
Rispetto a questo complesso bagaglio di presupposti necessari perché l’avvio alla scolarità sia un’esperienza positiva, il limite finora posto dei 6 anni costituiva un punto di riferimento, una “barriera” se vogliamo, che corrispondeva al tempo mediamente necessario, rispetto appunto alle tappe evolutive, perché il bambino non venisse posto di fronte ad apprendimenti precoci rispetto alla sua reale maturazione.
Tali apprendimenti precoci, rispetto a cui cioè non si sono acquisiti completamente i pre-requisiti necessari, danno origine a molti problemi; si va dal generico disagio, alla vera e propria difficoltà, al più serio rifiuto della scuola, fino ai Disturbi d’apprendimento specifici o aspecifici e ai disturbi del comportamento.
Tutti problemi che già ora sono molto presenti nelle prime classi della scuola elementare.
Quanto alla scelta lasciata alla famiglia, quale genitore ha uno sguardo “obiettivo” sul suo bambino? E può seriamente valutare se egli sia già pronto, ricco di tutto questo patrimonio di pre-requisiti?
So per esperienza, lavorando come psicomotricista sia in ambito educativo che terapeutico, che spesso il genitore “vede” il figlio “come vorrebbe che fosse”; ovvero il figlio è oggetto della sua proiezione, dei suoi desideri. Spesso un buon genitore, anche affettuoso e presente, non coglie le difficoltà del figlio, o le minimizza, o le rimuove. Spera che con la scuola: “tutto si risolverà”.
Quindi il suo non è uno sguardo “esperto”, capace di valutare obiettivamente se il bambino possiede o no il bagaglio necessario per accedere all’apprendimento codificato e “giudicato” della scuola. Non dimentichiamo che prima di questo passo il bambino vive, ha vissuto, in una dimensione prevalentemente ludica, in cui le cose si imparano giocando e non sono oggetto di particolare valutazione; casomai è la maestra della scuola materna che valuta, dentro di sé, i prodotti o i comportamenti del bambino, per fornirgli occasioni “mirate” di sviluppo di alcune competenze, se carenti. Insomma, per il bambino il salto è enorme; egli sa che con la scuola elementare entra nel mondo, il mondo sociale, dove puoi essere bravo, riuscire, oppure no.
Con questa legge si toglie una “barriera” (i 6 anni) che “proteggeva” un po’ i bambini, nel senso che era affidato alla scuola materna (anche se non obbligatoria), al suo ultimo anno in particolare, il compito di verificare se i presupposti che ho brevemente citato erano realmente acquisiti da tutti i bambini oppure predisporre interventi al fine di completare aspetti dello sviluppo carenti o non armonici.
A questa scuola materna dobbiamo il merito di avere, a volte, colmato lacune, altre volte segnalato alle famiglie problemi che, se precocemente affrontati, potevano essere affrontati e risolti, a volte all’interno dello stesso ambito scolastico, altre volte grazie all’aiuto mirato di esperti nei diversi settori dello sviluppo infantile.
Proprio in funzione di “raccordo” la scuola materna poteva svolgere questo prezioso ruolo, un ruolo di PREVENZIONE, garantito dal fatto che il suo compito istituzionale non era quello di insegnare a leggere e scrivere, ma quello invece di creare, consolidare e verificare le premesse per gli apprendimenti successivi.
Un tipo di PREVENZIONE quasi naturale, svolta in un contesto non specialistico ma specialmente attento ad osservare i bambini, un contesto con insegnanti che sanno quale tipo di comportamento e di competenze si può richiedere a 4, a 5, a 6 anni…perché questa è la formazione e la storia che ha portato la scuola materna italiana ad essere un ottimo modello, ammirato e studiato anche in altri paesi del mondo. Questo lavoro di prevenzione ora andrà a cadere sicuramente per molti piccoli, spinti dalla famiglia ad un anticipo scolastico che risponde più ai desideri degli adulti che ai bisogni dei bambini.
La conseguenza sarà che ci troveremo di fronte, nel primo ciclo, ad un maggior numero di bambini con problemi, che già ora sono in crescita: la letteratura di settore parla infatti di un trasversale incremento nella popolazione infantile di:
- disturbi d’apprendimento
- disturbi dell’attenzione e iperattività (ADHD)
- disturbi del comportamento
- disturbi affettivo/relazionali
Inoltre, ma su questo punto non voglio soffermarmi a lungo, ci si potrà trovare di fronte, nella stessa classe, a bambini con più di un anno di differenza tra loro; vorrei solo suggerire, al legislatore, di pensare solo per un attimo, a com’è un bambino di 5 anni e mezzo (come parla, come si muove, cosa sa fare…) e a come è a 7 anni. La differenza è talmente grande, la forbice che si apre tra i due così ampia, che ci si rende subito conto di quale difficoltà comporterà questo divario sia per i piccoli che per gli insegnanti. L’esempio della scuola materna non fa testo; lì, dove si usano ancora a volte classi disomogenee, non esiste quello che dicevo prima, la valutazione, lo standard di livello d’apprendimento da raggiungere entro la fine dell’anno. Pertanto, in quel contesto, la classe disomogenea ha tutto un altro significato e valore.
B) PIANI DI STUDIO PERSONALIZZATI –
ORARI DIVERSIFICATI -
SMEMBRAMENTO DELLA CLASSE
Viene di fatto molto ridimensionato il ruolo della classe come riferimento AFFETTIVO, PSICOLOGICO E RELAZIONALE.
Ogni bambino avrà un orario personale e cambierà insegnanti e compagni in continuazione (vi sono ben 64 pagine nei documenti ministeriali solo per la simulazione degli orari individuali dei bambini – es. per il suo livello di competenze in inglese in prima elementare Mario Rossi frequenta un laboratorio interclasse LS con altri compagni, per esempio di classe seconda, etc.)
E i bisogni dei bambini quali sono?
Di PUNTI DI RIFERIMENTO STABILI, sia per quanto riguarda i compagni che gli insegnanti (il “maestro unico” è un falso demagogico, come si è visto, dato che in effetti i bambini cambieranno molti più insegnanti di prima).
Il GRUPPO CLASSE è importante per il bambino anche perché è un immenso e continuo laboratorio in cui si apre e si articola la relazione tra i pari, nelle sue varie forme, come ad esempio:
1) comunicazione/collaborazione/gioco…
2) gestione dei conflitti, regolazione dell’interazione
3) comprensione e accettazione di regole condivise nel gruppo dei pari
4) imitazione reciproca, che è una grande molla anche per i meccanismi d’apprendimento.
L’apprendimento non riguarda solo le nozioni, ma anche i comportamenti sociali. Nella classe si sviluppa il confronto reciproco, l’identificazione in chi ha qualità/difetti diversi dai propri, ed è una molla per l’assimilazione di modelli nuovi. Il senso di appartenenza al gruppo é fonte di grande rassicurazione affettiva di fronte alle prove e alle difficoltà a cui necessariamente ogni bambino è sottoposto all’interno della scuola.
C) I PROGRAMMI
Se ora le ore per tutti sono 27 settimanali (e prima 40 nel tempo pieno) qualcosa “esce” come contenuti dall’interno del programma per tutti, e rientra nella scelta individuale (altre 99 ore annuali, cioè 3 ore in più la settimana sono facoltative, opzionali e gratuite). Allora che cosa “esce”? Non è ancora chiaro.
Mi sembra comunque che ci sia un impoverimento di quella che è l’offerta formativa “per tutti” a favore di una precoce differenziazione per competenze e attitudini.
Pare però che si possa fare “fuori” scuola qualcosa (es. musica, sport…), in ambito privato, e che questi corsi possano essere comunque integrati nel bagaglio scolastico di ciascuno, cioè riconosciuti come formativi.
Facciamo un passo indietro, al 12 febbraio 1985: “nuovi programmi della scuola elementare” e al piano quinquennale di aggiornamento del Ministero della Pubblica Istruzione per gli insegnanti. Io allora sono stata docente/formatrice per l’area cosiddetta del linguaggi extra verbali, fino ad allora poco presenti nella scuola, tenuti in secondo piano, cioè nel “tempo che avanzava”.
Le “cenerentole” della scuola erano:
L’EDUCAZIONE:
- all’immagine – area grafo-pittorica
- al suono e alla musica – area musicale
- al movimento – area di educazione motoria (che però nel nuovo testo del 1985 viene declinata, per i suoi contenuti, riprendendo vari aspetti di formazione psico-motoria)
Entrano in vigore nell’87-’88.
La premessa generale è bella e interessante: descrive un certo modello educativo/pedagogico (il gruppo, la diversità, la creatività…), certo molto diverso dal modello “Moratti” e che io ritengo più avanzato proprio sul piano della formazione della persona. Si parlava ad esempio di “Educazione alla convivenza democratica”, si usavano termini come “educare alla comprensione e cooperazione internazionale”. Sono temi molto attuali e importanti, in un’ottica ad esempio di educazione alla pace.
Vediamo ora cosa dicevano a proposito dell’EDUCAZIONE MOTORIA:
(cito dal testo dei programmo del 1985) - Tra le finalità: “corpo come espressione della personalità e condizione relazionale, comunicativa, espressiva, operativa…”.
E tra gli obiettivi:
- consolidare schemi motori
- porre attenzione alla relazione e alle regole del gioco
- sviluppare una motricità “espressiva” (mimico/gestuale, con musica …)
- favorire l’acquisizione di una sensibilità espressiva ed estetica
Alcuni contenuti:
a) percezione, conoscenza e coscienza del corpo (schema corporeo)
b) coordinamento oculo/manuale e segmentarla (lateralità, dominanza)
c) organizzazione spazio-temporale
d) coordinazione dinamica generale
E per quanto riguarda la didattica, si suggeriva che fosse; “…praticata in forma ludica, variata, polivalente e partecipata”
Sarà la stessa cosa, per lo sviluppo del bambino, se ad esempio fuori dalla scuola farà, magari anche in modo agonistico, uno sport?
Non credo: lo sport, specie se agonistico, non ha questi scopi formativi rivolti allo sviluppo del bambino come persona. Ha come scopo il raggiungimento di risultati specifici, le prestazioni sportive.
I vecchi programmi (pag. 61), invece, specificavano che: “ … l’educazione motoria non dovrà costituire un pretesto per un prematuro avviamento alle discipline sportive, ma deve invece configurarsi come specifico intervento educativo …. etc”.
Insomma, rileggendo i vecchi programmi mi sono sembrati molto più innovativi di quelli che, per ora, sono emersi dalle linee guida della riforma Moratti.
Credo che sia importante una riflessione critica su questo, perché lo sviluppo di una società, e la scuola ne è uno dei pilastri, non deve necessariamente rincorrere il “NUOVO”, ma individuare nel cambiamento storico e sociale che l’attraversa quegli elementi formativi fondamentali che consentano di sviluppare dei progetti educativi adeguati alle nuove problematiche con cui tutti, bambini compresi, ci dobbiamo confrontare.