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Milano , 16/04/2004
Dedicato alle maestre, la parte migliore della scuola/Vicino all'inizio

di Vita Cosentino/Cristina Mecenero

DEDICATO ALLE MAESTRE, LA PARTE MIGLIORE DELLA SCUOLA
di Vita Cosentino

In questo mio contributo intendo ragionare attorno a cosa posso -possiamo- imparare da questo straordinario movimento delle scuole elementari. E' straordinario perché contiene elementi nuovi e significativi, che permettono di riaprire un orizzonte di senso in cui collocare l'intera scuola e il nostro mestiere di insegnanti.
Parto da un presupposto: ormai è sotto gli occhi di tutti e di tutte che i sistemi scolastici dei paesi occidentali sono in profonda crisi. Almeno per tre motivi. Da una parte non funziona più l'assetto stesso della scuola come trasmissione di conoscenze: sempre più ci rendiamo conto che non c'è un mondo delle conoscenze costituito da certezze condivise e quindi trasmissibili; dall'altra avvertiamo con sconcerto quanto le nuove generazioni siano lontane dai modelli culturali e linguistici in cui noi siamo cresciute/i; in ultimo cresce la consapevolezza che l'idea dell'istruzione come riscatto sociale ha perso forza in un'epoca che tende a ridurre tutte le passioni alla passione di "Fare soldi e subito" come mostrano, per es., i giovani, soprattutto maschi, del nord-est, lasciando precocemente la scuola.
Che ci sia necessità di cambiamento è incontrovertibile. Sta capitando però che alla crisi dei sistemi educativi si trovino risposte che risultano sempre più dannose.
Qui in Italia gli interventi legislativi degli ultimi anni, invece di partire dal buono che c'è nella scuola, hanno puntato tutto sull'aspetto tecnico organizzativo, si sono ispirati all'aziendalismo, al privato, alla logica mercantile, fino al disastro di oggi. Con la riforma Moratti si sta andando, per via amministrativa, attraverso continui piccoli o grandi provvedimenti, alla distruzione sistematica della scuola pubblica.
La mia idea è di approfittare di questa crisi -vera- e del fermento politico suscitato dalle risposte -false-, per ripensare da capo il senso della scuola e del nostro mestiere. Ripensare la scuola in movimento, con l'idea di non rimanere solo nel contro ma riformarla in prima persona, per quanto sta in ciascuna, ciascuno di noi, che non è poco. Non limitarsi a resistere ma cominciare a mettere in parole l'esistere in spazi di libertà: la libertà non ce la dà nessuno, consiste nel movimento stesso di diventare liberi e libere.
Questa lotta, con la straordinaria partecipazione dei genitori, con le loro dichiarazioni ai giornali, ai siti internet, ha fatto emergere un giudizio sociale ben netto: la scuola elementare va bene. In questione c'è più di un modello orario - il tempo pieno -, in questione c'è un modo di fare scuola, una concezione della scuola.
Le maestre lavorano bene. Al giudizio sociale mi sento di affiancare un altrettanto netto giudizio politico e simbolico: le maestre sono la parte migliore della scuola, hanno prodotto in questi anni un sapere pratico che ha qualcosa di prezioso da insegnare a tutta la scuola, per cambiarla davvero e in meglio.
E' uscito da pochi giorni, per le edizioni Junior, il libro Voci maestre di Cristina Mecenero, che è una maestra elementare, che finalmente dà voce alle maestre che sono il 95% della scuola elementare e finora sono rimaste troppo mute. Intervistandone alcune e osservandole in classe, il libro ne fa un soggetto che produce sapere. Cristina propone il sapere della maestra come "Saper stare vicino all'inizio, saper rimanere in contatto con le cose essenziali, di base". E constata che " E' un'arte che nella nostra cultura è posta ai margini, quando addirittura non ecclissata".
Un libro corale che consiglio di leggere a insegnanti di ogni ordine di scuola, ma anche a intellettuali che con troppa leggerezza denigrano chi ci lavora, ai genitori interessati a figlie e figli, a chi ha a cuore le nuove generazioni e una possibile convivenza umana.
Ispirarsi alle maestre per cambiare la scuola sembra semplice, ma non lo è. Di mezzo c'è un cambiamento di sguardo sulla realtà, un capovolgimento dei criteri di valore dominanti nella società e nella scuola, quelli per cui il sapere dell'esperienza delle maestre vale zero. Un inconsapevole sentimento di superiorità nei confronti delle maestre è esperienza comune e diffusa. E infatti prevale in chi insegna alle medie, e ancora di più alle superiori. Per non parlare del come le considera la società: sono pagate meno e lavorano di più. E c'è una ragione. Nel 2001 come movimento di autoriforma della scuola avevamo organizzato un convegno dal titolo "Le maestre e il professore", perché d'improvviso su questo valore zero si era aperto uno squarcio di consapevolezza su una di quelle questioni che stanno nel fondo di una cultura, un presupposto implicito che ci muove, ma di cui non abbiamo coscienza. Assieme, nel dialogo abbiamo messo a fuoco come sia l'idea aziendalistica dell'insegnamento che quella gentiliana poggiassero su una precisa gerarchia di potere legata al sapere, fatta di valori simbolici riferiti all'essere donna e all'essere uomo: come una piramide, dove al fondo sono le maestre e un sapere che tiene assieme conoscenza e affetti, che ha cura degli esseri umani e delle relazioni, a cui non si assegna valore, e in cima invece c'è il professore e il sapere neutro specialistico, considerato più nobile perché oggettivo e scientifico, perché più vicino all'accademia e depurato dagli aspetti emotivi. (gli atti di questo convegno si possono consultare nel sito autoriformagentile.too.it)
Rovesciare quei valori simbolici intacca, anche nelle nostre menti, una precisa gerarchia di potere, apre dei varchi che rendono praticabili altre strade. Ora è un tempo buono per farlo, perché questo movimento delle elementari, coinvolgendo i genitori, è "uscito" dalle scuole e ha creato un terreno di lotta e di discussione nel tessuto stesso della società.
Sta ricomponendo attorno alla scuola il corpo sociale, con un'idea di società che sia effettivamente civile e pubblica e condivisa. Molte delle scuole che lottano con più intensità a Roma e a Milano, sono in quartieri di periferia, dove le famiglie lavoratrici, quelle meno benestanti, si vedono ogni giorno portar via pezzi dello stato sociale. Ma cosa si può fare quando ci si trova individualmente davanti allo sportello dell'ospedale a pagare un ticket raddoppiato? Niente, si vive solo uno stato di impotenza. La scuola invece è di per sé un luogo di incontro, potenzialmente uno spazio pubblico, e si stanno creando le condizioni perché lo sia davvero.
Con questo movimento delle elementari la scuola ha ritrovato la sua lingua, che non è quella degli obiettivi, delle griglie, della mission, dell'efficienza, ma non è neppure quella delle manifestazioni contro, con parole d'ordine dure e gridate, quasi militaresche, o delle piattaforme rivendicative. La sua lingua è quella di una comunità vivente in cui le cose che contano sono quelle umane ed elementari che hanno a che fare con la vita di tutti i giorni. In piazza, la presenza massiccia di donne, e -soprattutto- il voler tener dentro anche bambini e bambine, misurandosi con la loro sensibilità, ha cambiato la lingua e la forma politica della manifestazione. A Milano, per S. Valentino, l'hanno chiamata "Manifestazione d'affetto per la scuola pubblica". Trovare forme linguistiche nuove significa trovare altre forme di politica. Portare in piazza foglietti come quello che ho ricevuto dalle mani di una bimba, che avrà avuto 8 anni, è rendere politico il quotidiano. Diceva: "Le mie maestre vogliono continuare a lavorare insieme". In questa semplice frase c'è un mondo: la bimba che non voleva perdere da un giorno all'altro una delle sue due maestre, il desiderio delle due maestre di continuare a fare scuola in un certo modo, cioè quello costruito sull'essere due in classe, che permette di fare attività creative, i suoi genitori a cui va bene così. Questa semplice frase che in prima battuta sembra confinata a quelle persone lì, come un loro desiderio quasi privato, quando viene scritta su un foglietto distribuito in piazza acquista una dimensione pubblica, pur rimanendo un linguaggio tanto vicino al quotidiano da sembrare banale.
La scuola è un sistema vivente e all'interno di esso -volenti o nolenti - siamo dentro sistemi di relazioni. Con i modi relazionali che pratichiamo, con la lingua che usiamo, in modo consapevole o inconsapevole, noi veicoliamo una certa idea di scuola, l'accreditiamo e la facciamo vivere. In questo c'è la possibilità di una scelta politica che sta a ciascuno, ciascuna di noi. Cominciamo a domandarci qual è l'idea di scuola che facciamo vivere: o è la scuola del registro e del programma, quella che ne fa una struttura di dominio e di riproduzione delle classi dominanti, come era un tempo; oppure è quella delle attività a pagamento, che ne fa una merce da comprare e vendere sul mercato, come è prefigurata dalla riforma Moratti; oppure - e questa è la possibilità che si apre in movimento - è una scuola che diventa fino in fondo pubblica. La dimensione pubblica non è acquisita una volta per tutte, non è garantita dalla parola statale accanto al nome della scuola, vive o non vive nelle nostre scelte quotidiane. E' una lotta giorno per giorno. A cosa dico sì, a cosa dico no? Quanto tengo fermo dentro di me il senso pubblico della scuola, rimisurandolo ogni giorno assieme, nelle relazioni che pratico? Quanto le mie pratiche sono pratiche pubbliche? La dimensione pubblica vive se la scuola diventa veramente uno spazio in cui, a partire dalla propria differenza, di sesso, di età, di cultura, si portano desideri, passioni, curiosità, scoperte, da condividere e su cui costruire sapere assieme.
ASSIEME CON, queste parole dicono una relazione imprevista e senza nome nella società che abitiamo. Lo constatava con amarezza già nell'80 Anna Maria Ortese in Corpo Celeste (pag. 42). Cercava e non trovava nella letteratura, se non in alcuni poeti, il segno di una coscienza terrestre ". che abbia al centro la parola essere, prima di avere e potere, la parola essere con gli altri, invece che contro o sugli altri.".
Le maestre sanno, praticamente, come si costruisce sapere assieme con, perché con l'infanzia, se ci si sta non volendo essere da un'altra parte, si può stare solo in questo rapporto assieme con. Altrimenti si fanno guasti terribili.
In questo processo che è un cambiamento di sé in prima persona, ispirarsi a ciò che di meglio c'è nell'essere maestra offre l'orientamento di un pensiero radicale. Ha un valore politico e simbolico. Ha il senso di rifare oggi, nel contesto reale - nelle mutate condizioni di un tempo presente che ha da pensare la differenza - il gesto simbolico che fu di Don Milani, quando indicava nel punto di vista dei poveri, un punto di vista capace di cambiare tutta la scuola e la cultura.

Intervento scritto per il convegno: NON ABBIAMO TEMPO PIENO DA PERDERE.
Bologna 27-28 marzo 2004

http://www.libreriadelledonne.it/news/articoli/contrib080404a.htm


VICINO ALL'INIZIO
Che lavoro faccio? Io ho il compito di stare vicino all'inizio, è questo il mio mestiere. Detto così il mio lavoro mi appare bello e importante.

Saper stare vicino all'inizio è altra cosa ancora, io l'ho imparata un po', ma so che posso impararla di più. Non è che non sono abbastanza sveglia o intelligente, è che stare vicino all'inizio sembra facile, ma non lo è. Perché? Perché presuppone di rimanere in contatto con le cose essenziali, di base. Questa capacità è un dono di cui tutti possono godere ed al contempo è un'arte che va continuamente esercitata. Un'arte che nella nostra cultura è posta ai margini, quando addirittura non è del tutto eclissata.

Ho imparato a stare vicino all'inizio proprio grazie al mestiere che faccio. Un po' anche mi veniva naturale e grazie alla politica delle donne ho intuito sempre di più che era una cosa buona. Io sono una maestra elementare. Da anni sono vicina a bambine e bambini che iniziano: ad andare a scuola, a scrivere, a leggere, a ragionare insieme, ad orientarsi nelle dinamiche sociali, a sperimentare molte emozioni. Sono bambine e bambini che per la loro età sono anche vicino all'inizio della loro vita e sono molto vicini a colei che ha loro dato la vita: sono ancora molto contagiati dalla conoscenza che si genera con l'affetto, il legame, il bisogno di stare in contatto con il corpo della loro madre, con gli oggetti, con la natura. I bambini e le bambine mi fanno fare i conti con molte cose essenziali. Per accennarne alcune, vi elenco un po' di affermazioni e di domande che mi sono sentita ripetere moltissime volte durante la mia carriera e che mi hanno costretto a pensare: Lui vuole indietro il suo regalo, dice che si è sbagliato a darmelo. Chi ha generato Dio? Posso fare morire il personaggio della mia storia? Ci dici se esiste veramente Babbo Natale? Non mi fanno giocare con loro! E' vero che da adulti non si piange più? Non sono più sua amica. Non ci riesco! Mi allacci le scarpe? Mi fa male la pancia. Che begli orecchini che hai oggi! Io, come maestra, sono l'accompagnatrice di quelle bambine e di quei bambini in un percorso in cui si giocano cose elementari, ma che appartengono all'ordine delle fondamenta, cose intorno alle quali tutto si ordina e prende senso, si organizza, progredisce. Cose piccole piccole e che pure sono anche quelle che hanno un sapore - salato, dolce, amaro, piccante oppure aspro - che ti serve a riconoscere dopo gli altri sapori della vita sociale. Quelle cose che scompaiono subito dopo che hanno preso forma, un po' perché le si dà per scontate, un po' perché si ritiene che facciano parte del percorso naturale e, allo stesso tempo, abbiano un carattere secondario rispetto ad altro di più importante. Cose che però, se non ci fossero, se non ci fosse la possibilità di passarci attraverso, allora risulterebbe che sono tutto meno che scontate. La loro madre li inizia ben prima di me a tutto questo e lo fa naturalmente, bene o male, ma come dice una mia amica, maestra in pensione, meglio una cattiva madre che non avere madre. Io proseguo, cercando di iniziarli ai saperi fondamentali per usare il pensiero e scoprire chi si è: quando inizia la tua storia? E la storia del mondo? Proviamo a scrivere una parola. un pensiero. un racconto. Cosa vuol dire studiare? Cosa vuol dire riassumere? E mentre sto al loro fianco, mi pongo io stessa molte domande: Alla base del senso della storia cosa c'è? E alla base della scrittura? Cosa è indispensabile sperimentare prima? Prima che sia troppo tardi, prima che non sia più il momento giusto.

Questo è il mio lavoro. Per anni non ne ho parlato, non l'ho raccontato, non riuscivo nemmeno ad immaginarlo. Lo facevo, punto e basta. Sono stata una di quelle maestre che per molto tempo ha pensato di non avere niente di intelligente da dire al resto del mondo, alla società, agli esperti, ai "pedagogisti". Per anni ho lavorato al buio insieme alle mie colleghe, ho lavorato nel silenzio. Questa non è l'unica immagine di cui mi servo per parlare del mio lavoro. Spesso uso "operaia del sociale" come metafora della passione esistenziale che metto nel mestiere che faccio, dello stipendio che prendo e del contraddittorio riconoscimento collettivo che investe la professione di maestra elementare. Operaia ha a che vedere con il fatto che assumere il ruolo magistrale istituzionale significa entrare a far parte di un circuito in cui la richiesta prevalente è quella che le maestre siano delle esecutrici, delle operatrici dei piani di ingegneria pedagogica elaborati e approntati da "menti in grado di farlo". Cosa accomuna l'essere maestra al lavoro operaio? In entrambi i casi si producono beni, materiali o immateriali, che sono indispensabili e rendono lo spazio collettivo e pubblico degno di essere vissuto. Sociale rimanda al lavoro di civiltà, di cura affettiva e intellettuale che tanta parte ha nei gesti quotidiani di noi maestre con le bambine e i bambini che incontriamo nelle classi.

E adesso? Adesso sono qui a scrivere questo articolo per raccontare di un nuovo inizio: è un duplice nuovo inizio. Ad aprile dell'anno scorso, noi maestre siamo salite in cattedra al quinto convegno nazionale del Movimento dell'Autoriforma, che titolava Le maestre e il professore. In quell'occasione, per la prima volta, abbiamo portato nella dimensione pubblica il sapere che ci deriva dalla nostra pratica educativa, in un contesto, quello del convegno, in cui era previsto un ribaltamento simbolico della tradizionale gerarchia degli ordini di scuola, per cui gli asili nido, le scuole materne ed elementari sono sempre all'ultimo gradino per la minore importanza sociale che hanno e per il poco interesse che suscitano come luoghi da cui attingere pratiche sapienti su cui vale la pena di investire a livello di elaborazione. Cosa è iniziato lì? Per noi si è aperta la strada del racconto, dello scambio con le altre e gli altri di ciò che di buono c'è nel nostro mestiere, cioè ciò che fa bene alle bambine e ai bambini ma anche al sapere, alla cultura, alla costruzione della conoscenza e più in generale alla vita sociale. Abbiamo iniziato a stare nel dialogo con le/gli altri insegnanti degli altri ordini di scuola togliendoci dalla posizione di subordinate che, insegnando ai più piccoli, non hanno niente di interessante da portare sul piano del pensiero. L'altro inizio riguarda la pratica che Silvana, Chiara e io abbiamo utilizzato per passare dal silenzio che ci avvolgeva alla parola: la pratica di osservarsi mentre si è al lavoro in classe. Guardare altre insegnanti all'opera: è questa la strada che abbiamo iniziato a percorrere per provare in modo libero a nominare il sapere che abbiamo costruito in tanti anni di esperienza di contatto con l'infanzia. Aver visto ci mette in contatto con molta parte del sapere implicito sia nostro sia di chi osserviamo e, se è vero che non è completamente sostituibile con alcuna descrizione, se ne possono ricavare immagini e spunti per un'interrogazione più approfondita di ciò che realmente c'è in gioco quando siamo nel vivo della pratica del nostro mestiere. Osservare l'altra è stato per noi il momento primo di un processo che ne prevedeva anche altri di riflessione, ma rigorosamente secondari rispetto allo stare in presenza e al lasciarsi toccare nello sguardo e nel cuore da chi è l'altra mentre insegna. Per passare dal silenzio che ci avvolgeva alla parola quindi abbiamo agito come sappiamo fare grazie alla nostra esperienza di maestre. In questo senso sento che siamo rimaste in contatto con il nostro sapere e che abbiamo imparato un po' meglio a stare vicino all'inizio.

Da due anni mi occupo di dare voce al sapere dell'esperienza delle maestre elementari, da quando ho avviato la ricerca a cui mi sono dedicata per concludere il percorso universitario. Tutta la mia ricerca è ispirata da una mancanza: il sapere delle maestre non è ancora nominato e manca di adeguata rappresentazione e di riconoscimento, sia tra le maestre stesse sia a livello delle discipline pedagogiche. Accanto a questa mancanza, una presenza, relativamente nuova, mi ha sostenuta a procedere nel lavoro: nella scuola, nell'università e in generale nel mondo ci sono donne interessate ad interrogare i saperi femminili e a sostenere gli sforzi di chi intraprende ricerche libere che hanno il senso di un'impresa mai solo personale, perché sono il frutto di influenze e di scambi reciproci e perché tutti ne potranno condividere i guadagni. Anna Maria Piussi, con cui mi sono laureata all'Università di Verona, mi ha appoggiata in questo lavoro, intitolato Voci maestre, che a fine anno sarà pubblicato. Penso a questo lavoro come ad un ulteriore passo nella direzione di raccontare e rappresentare il sapere dell'esperienza di noi maestre elementari. Ci tengo a sottolineare che, se escludo la fisiologica solitudine che ho incontrato nella fatica della scrittura, non sono mai stata sola durante il lavoro di ricerca: ho condiviso il progetto con Giuliana Gatti, Silvana Turci e Chiara Nerozzi, tre maestre e amiche con le quali faccio politica. Il fatto di pensarlo insieme a loro ha determinato in modo sostanziale l'andamento della ricerca e gli esiti, seppur provvisori, a cui sono giunta. Penso a questo lavoro anche come un ulteriore passo nel rapporto tra scuola e università. E' risaputo che l'accademia è un luogo per lo più caratterizzato da dinamiche di potere, di immagine, di invidie e di competizione, all'interno del quale conta più la teoria dell'esperienza, il sapere dei cosiddetti "esperti universitari" e non i saperi che le maestre acquisiscono grazie alla pratica quotidiana. Per fortuna non è solo così: la linea discendente per cui i saperi dall'università si muovono quasi obbligatoriamente verso il basso, cioè verso le scuole, è già stata spezzata dal dialogare pubblico che da anni si fa nei movimenti autonomi di insegnanti, in cui sia docenti universitarie che insegnanti di vario ordine e grado hanno dato forma ad una prospettiva circolare, contagiandosi reciprocamente. Penso qui in particolare al Movimento di Autoriforma a cui partecipo da anni. Ma abbiamo bisogno di altre invenzioni e di ulteriori anelli di congiunzione che testimonino di un rapporto fecondo tra il sapere della pratica, quel sapere dell'esperienza che possono avere tutti, tutte, e il sapere teorico. Il fatto che Anna Maria Piussi mi abbia sostenuto ed autorizzato ad una libera ricerca e abbia creduto lei per prima nel sapere di noi maestre elementari, insistendo affinché il lavoro da me fatto fosse reso pubblico, ha un valore importante proprio all'interno di un orizzonte di cambiamento di cui abbiamo bisogno per immaginare e realizzare mediazioni e pratiche universitarie che diano voce al sapere femminile.

Il percorso di ascolto delle storie di vita delle donne impegnate nei gradi più bassi di istruzione e di interrogazione della loro esperienza educativa è appena agli inizi. Per me che l'ho intrapreso con questo lavoro, si tratta di avere solo incominciato ad avere cognizione che la raccolta di racconti biografici di maestre e l'osservazione sul campo sono due ricchissime fonti per l'esplorazione del nesso che esiste tra la differenza femminile e la funzione magistrale. Leggere storie di maestre, entrare nel vivo di esistenze e biografie professionali finora sottaciute, è legittimante: io ne ho ricavato autorizzazione ad essere con valore ciò che sono stata per tutti gli anni in cui ho lavorato al buio, nel silenzio. Un altro guadagno mi deriva da tutto il lavoro di elaborazione fatto con Silvana, Chiara e Giulianna: il sapere dell'esperienza è il sapere necessario e sufficiente per insegnare ed anche per formare le future generazioni di insegnanti. E' questo sapere, disconosciuto e influenzato negativamente dalla concezione neutro-astratta della conoscenza, che può dare il maggiore contributo alla ricerca accademica per arrivare alla formulazione di un sapere teorico radicato effettivamente nella realtà della relazione educativa. Un sapere in cui pratica e riflessione teorica possano illuminarsi vicendevolmente all'interno di un circolo di riconoscimenti reciproci, interrompendo i meccanismi di delegittimazione e di sottrazione che finora hanno dominato l'economia dei rapporti tra accademie e scuole.

Molta saggezza racchiusa nelle pratiche delle maestre elementari aspetta, per essere svelata, uno sguardo che l'accolga e molte voci ancora attendono di essere ascoltate. Ma, come dice il proverbio, chi ben comincia è alla metà dell'opera.

di Cristina Mecenero



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