Dopo l'approvazione del decreto in molti pensavano che il movimento si sarebbe sgretolato. Non sono questi però i segnali che ci giungono. A Milano un'assemblea Cgil di 300 delegati Rsu appena eletti, applaudendo chiunque tra gli interventi facesse riferimento alla lotta dei tranvieri, ha approvato all'unanimità la richiesta dello sciopero generale "anche da soli". Questa specificazione va spiegata: molti in Cgil in questi ultimi due anni hanno chiesto lo sciopero generale contro la Moratti, sentendosi ripetere che la volontà c'era ma non quella di certi altri sindacati. Il senso della mozione non è antiunitaria, ha solo il fine di togliere ogni scusante all'assenza di iniziativa. Poi: continuano a costituirsi comitati a difesa del tempo pieno proprio DOPO l'approvazione del decreto. Per Milano circola insistente l'idea di occupare le scuole, giovedi', al Forum, se ne parlera'. Nelle scuole che non si erano ancora mobilitate, specie le medie, fioccano le richieste di assemblee sindacali. Dunque non abbiamo a che fare con un ripiegamento del movimento, al contrario, ci pare di scorgere, per usare un termine che usavamo quando eravamo giovani, una sorta di radicalizzazione. Detta più terra terra: la gente della scuola è incazzata nera.
Ma la rabbia e la disponibilità alla lotta non bastano. Occorrono altri due elementi: gambe e testa, cioé un ambito organizzativo che si incarichi di coordinare la lotta e una strategia chiara, che delinei un percorso in fondo al quale si possa intravedere il risultato.
Partiamo da una breve considerazione sul percorso sino a qui svolto con particolare riferimento a suoi limiti, altrimenti non miglioriamo. Il movimento non ha avuto un andamento territorialmente omogeneo: prima è partita Bologna, poi Roma, poi Torino, ora è la volta di Milano. E' probabile che non tutti oggi siano "freschi" allo stesso modo. Le scadenze di lotta non sono state coordinate da ambiti larghi: il 29 novembre ci sono state due manifestazioni nazionali. Il 17 la mobilitazione ha spinto all'unità tutte le sigle, ma la concentrazione a Roma ha penalizzato la partecipazione del nord Italia a quella giornata, e dato che stiamo parlando di tempo pieno non è cosa di poco conto. Anche le forme di lotta "quotidiane" sono state gestite a livello di singola scuola, o al massimo di città: striscioni, occupazioni, ecc. Infine, dobbiamo essere coscienti che le scuole medie non sono state toccate dal movimento. Sono questi i limiti che spiegano perché (ancora) non si è vinto, e da qui occorre capire cosa si dovrebbe fare per cercare di vincere.
Dobbiamo dirci anche in maniera chiara che dopo l'approvazione del decreto la lotta è diventata più difficile. Non è che un decreto non possa essere soppresso: in Basilicata ci sono riusciti. E anche i tranvieri hanno imposto una deroga alla legge finanziaria, già approvata. Ma proprio queste lotte ci indicano chiaramente il "prezzo" da pagare per vincere contro questo governo: unità dal basso e determinazione. Gli ingredienti sono questi. Come si traducono nella scuola?
Riguardo al percorso, occorre muoversi su due piani: quello di movimento e quello più strettamente sindacale.
Il piano del movimento. Come non si vedeva dagli anni settanta, i genitori della scuola pubblica sono stati in prima fila nella difesa del tempo pieno, con forza e passione. Alla Casa della Cultura, il 16, la metà dei presenti erano genitori. La protesta ha messo in evidenza l’esistenza di un modello di scuola, quello del tempo pieno, che è “popolare”, radicato nel territorio e sentito come proprio dai cittadini. Il che si deve alla qualità del modello, ma anche ad una generazione di maestre che considera il proprio lavoro una sorta di “militanza”, con un atteggiamento che le ha portate in questi vent’anni ad un impegno che è andato ben oltre i propri “doveri” (e la consistenza del proprio stipendio) creando momenti di incontro di “popolo” (come le feste di fine anno, ecc.) che segnano la vita di quartieri e paesi, e uno sforzo di integrazione sociale inusuale per una istituzione statale. La Moratti ha portato un attacco diretto a questo pezzo di intesa tra istituzione e popolo, e la reazione è stata di spontanea mobilitazione per fare "quadrato" intorno alla scuola del tempo pieno. Questa alleanza maestre-genitori, è l'elemento più importante, da salvaguardare e sviluppare. Le occupazioni, sono uno strumento giusto di lotta, perché creano uno spazio di condivisione tra maestre, genitori e bambini/e e in qualche modo rappresentano plasticamente la riappropriazione di una istituzione da parte di cittadini che non ne vogliono essere espropriati. L'impegno che tutti dovremmo prenderci è consolidare (ed estendere là dove non è arrivato) questo attivismo di quartiere, ma anche centralizzarlo nell'utilizzo di stessi materiali, argomenti, volantini, striscioni, e nelle scadenze ,per essere più efficaci, ed anche per risparmiare energie.
Quello sindacale. Lo sciopero è un appuntamento doveroso. Nel movimento abbiamo sempre messo in evidenza gli aspetti negativi sotto il profilo didattico della Riforma. Abbiamo fatto bene: la lotta non è e non doveva apparire "corporativa". Ma la Riforma è anche qualcosa di peggio: una formidabile mannaia su centinaia di migliaia di posti di lavoro. Leggetevi bene il decreto: non c'è la maestra tutor E la maestra di serie B, c'è la maestra tutor e basta. Nei prossimi anni centinaia di migliaia di docenti andranno in pensione: si punta a non sostituirli. In Italia le ristrutturazioni industriali che implicano la perdita di 10.000 posti di lavoro provocano terremoti: qualcuno dovrà pur cominciare a dire che quel che si prospetta nella scuola è 20 volte peggio. I sindacati di base sono d'accordo con lo sciopero. E' una buona notizia. Del resto non può sfuggirci che il successo di uno sciopero è determinato dall'adesione o meno dei sindacati confederali. E' su di loro che oggi pesa una terribile responsabilità. Non sono abituato a usare certi termini, ma deve essere chiaro che se di fronte a un tale attacco Cgil Cisl e Uil non proclamano uno sciopero, tale rifiuto deve essere letto come tradimento. Perché sui sindacati si appuntano oggi le speranze di tanti, e questa aspettativa non deve essere tradita. Chiunque militi in questi ambiti ha oggi una priorità assoluta: moltiplicare la pressione nei confronti dei vertici perché proclamino lo sciopero contro la riforma Moratti, e cerchino su questa base l'alleanza coi sindacati di base.
Tra il piano di movimento e quello sindacale vi è un intreccio. Se venisse proclamato lo sciopero generale, è chiaro che tutte le mobilitazioni di quartiere avrebbero uno sbocco naturale verso quella scadenza: sarebbe uno sciopero un po' diverso, con la piena partecipazione di quell'utenza che di solito soffre i disagi delle mobilitazioni contrattuali. E questa volta, per favore, nessuna manifestazione nazionale a Roma: diamo la possibilità a tutti, in tutte le città, di dire no alla riforma Moratti. E, con l'aiuto dei genitori, e dei loro figli, magari le manifestazioni potrebbero quel giorno essere un po' diverse da quelle classicamente sindacali. Sarebbe anche errato attribuire ad una giornata di sciopero chissà che potere dirompente: quella giornata, senza il lavoro nei quartieri, peserebbe zero. Di scioperi di categoria la scuola ne ha già fatti, e la Moratti è ancora lì.
Forse sto un po' volando con la fantasia, perché mancano ancora alcuni "passaggini" organizzativi. La "testa" di cui parlavamo sopra. E cioé.
Non ci possiamo nascondere che la mobilitazione sino ad oggi ha avuto molte teste. Il Coordinamento nazionale tempo pieno, il Movimento dei 500, i due coordinamenti romani, l'aggregazione torinese, il Tavolo bolognese, Retescuole... Senza contare Cgil, Cisl e Uil che pure hanno contribuito a mobilitare, dato la rete di Rsu di cui dispongono. Forse sbagliamo, ma temiamo che alcune di queste aggregazioni immaginino e sperino di essere o diventare "il" soggetto organizzatore e coordinatore, e si attrezzino di conseguenza per svolgere questo ruolo "nazionale". Nulla di nuovo e nulla di male, in sé. Solo che non ci sembra il momento. Non siamo nati ieri, sappiamo che tra coloro che si oppongono alla Moratti ci sono tante e tali differenze (politiche, culturali, sindacali, ecc.) da mettere spavento. Però: in questo esatto momento crediamo farebbe comodo A TUTTI fermarsi, guardarsi attorno, turarsi il naso, e dirsi: ma sì, faccio questo pezzo di strada insieme a tutti gli altri, anche se mi stanno terribilmente sulle balle. Qualsiasi astuta strategia uno abbia in mente, non può non comprendere al suo interno la semplice considerazione che oggi siamo sul filo del rasoio, e che l'approvazione del decreto ci mette tutti in bilico tra la disfatta e l'indurimento della lotta. In poche parole: tutti i soggetti, aggregazioni cittadine, sindacati, associazioni, singoli comitati devono provare a fare un percorso comune, a livello nazionale.
Con l'approvazione del decreto non c'è un'ora x dopo la quale dichiararsi sconfitti: c'è una campagna di resistenza di lunga durata da mettere in piedi, fecendo un uso saggio dei tempi e delle energie.